Archive for il mondo di PSG

The last comet

Si insomma, era davvero decisa. Perché noi non avremmo dovuto averlo? Perché, santoddio?
Se lei lo aveva mancato, perché avremmo dovuto mancarlo anche noi? Mia mamma ancora non si capacitava di aver perso il grande evento… era il 69, l’uomo sbarcava sulla luna e lei dormiva canticchiando nel sonno Pomeriggio ore sei dell’Equipe 84 e il giorno dopo, mentre tutti ne parlavano scambiandosi abbracci da “noi si che lo potremo raccontare”, aveva giurato che avrebbe dato ai suoi figli un fottuto aneddoto da tramandare ai nipoti.
Così, fin dalla nostra nascita, aveva passato in rassegna giornali e riviste, alla ricerca di ciò che nei nostri ricordi si sarebbe trasformato nella Grande Notte. Ma nessun pianeta, nessuna tomba egizia, nessuna civiltà nascosta si accingeva ad essere palesata al mondo in una leggendaria diretta notturna. E meno che mai nessuna fottuta luna, andata per sempre in quella infausta notte.
Insomma non era una vita facile. Una volta una maestra aveva dato il tema “Chiedi ai tuoi genitori come ricordano il 20 luglio 1969”: prima mia mamma insistette perché scrivessi che non era accaduto nulla di importante, poi dopo qualche giorno la maestra sparì, e non venne più ritrovata.
Ma il destino si sarebbe presto compiuto.
Quella mattina mia mamma entrò in camera rossa in volto e mi gettò il giornale “Tutto il mondo ne parla.” Scorsi i titoli ma non capii… lei mi strappò il giornale di mano e mi mostrò un trafiletto in fondo a pagina 16. Cercai di obiettare che la rilevanza dell’articolo forse… ma lei mi zitti e lesse a voce alta “Questa notte la sonda Giotto attraverserà la coda della cometa di Halley. Prevista diretta notturna con Mino D’Amato”.
Era il 1986 e il mondo sarebbe cambiato per sempre.
Con folle lucidità cominciarono i preparativi che ci avrebbero portati alle soglie della Grande Notte: per prima cosa mia madre chiuse il negozio poi telefonò alle nostre scuole dicendo che non saremmo andati a scuola per una settimana, a cominciare da oggi. Davanti alla richiesta di spiegazioni di una professoressa, mia madre sbottò “Ma non li legge i giornali?”. Inutile dire che la professoressa sparì qualche giorno dopo e non venne più trovata.
A noi fratelli furono affidati compiti diversi: uno doveva recarsi in biblioteca a recuperare tutto lo scibile umano sulle comete… dovevamo essere preparatissimi, per capire ogni singola parola della lunga diretta e all’occorrenza essere pronti a telefonare in studio per correggere Mino D’Amato, acciocché la nostra voce rimanesse invischiata in eterno nella melassa della Storia. Un altro fu mandato a fare provviste, poiché mia madre prevedeva che la portata dell’evento avrebbe cambiato gli equilibri geo politici e il rischio di insurrezione era concreto.
Quanto a me, il mio compito era di preparare il necessario per la notte, comprese coperte, termos  di caffè, panini, bandierine e trombe da stadio. Quindi fui mandato dai parenti vicini a recuperare altri due televisori.
Verso le 17 mamma cominciò la preparazione: consegnò ad ognuno di noi una cartelletta che conteneva uno schema dei posti che dovevamo tenere sul divano e alcune dispense illustrate sulla cometa di Halley. Era tutto molto istruttivo. Poi iniziammo a vedere i tre televisori, ognuno su un tg diverso. Uno di noi domandò perché nessuno dei tre telegiornali riportasse la notizia, mia mamma ribattè stringendo un cuscino che erano notizie scomode e le sue nocche divennero bianche.
Verso le 22 eravamo tutti molto stanchi. Eravamo seduti da 5 ore e non potevamo muoverci con libertà. Anche andare in bagno non era agevole: dovevamo fare in fretta, perché la diretta avrebbe potuto iniziare da un momento all’altro. Cercavamo di non addormentarci mangiando cioccolata e bevande molto amare. Tuttavia nessuna diretta accennava ad iniziare.
Verso le 23 mio fratello prese il telecomando e girò su Colpo Grosso, ma i telecomandi furono sequestrati e lui fu punito con durezza.
Verso mezzanotte eravamo tutti addormentati e stava per crollare anche mia madre, quando una voce lontana e ovattata annunciava “… passiamo la linea… Mino D’Amato.. cometa…”. Mia madre urlò e saltando in piedi azionò la tromba da stadio, lasciandoci un fischio nelle orecchie in maniera permanente. Eravamo tutti in piedi. Ci scambiavamo occhiate dense di Storia, stringendoci in un unico abbraccio. Un eccitato Mino D’Amato parlava a caso, dalle tre tv, annunciando le immagini che sarebbero arrivate, in pochi minuti, dalla sonda.
Mi scappava da pisciare ma non potevo certo andare in bagno ora e poco dopo senti molto caldo alla gamba. Ma non mi vergognai, la scienza richiedeva anche qualche sacrificio.
Intanto Mino D’Amato annunciava che tra pochi istanti, ecc, scusandosi per l’attesa e vaneggiando sull’eccezionalità del collegamento e mia mamma cercava di tenere alta la nostra tensione con frasi epiche sul Vero Evento che avrebbe cambiato la storia, sul 13 marzo 1986 che avrebbe diviso il corso, ecc.
Verso l’una la tensione incominciava a calare e un Mino D’Amato con l’ascella sempre più pezzata aveva ormai finito le frasi fatte e le parole di scuse su sto cazzo di collegamento dalla sonda Giotto che ancora non arrivava e noi eravamo tornati seduti sul divano, orami stremati da questa doccia scozzese di emozioni.
Mia madre ogni tanto si allontanava per cercare di telefonare ai centralini Rai con la folle intenzione di comunicare con D’Amato in diretta, ma senza successo.
Verso l’una e mezza però, la specie umana per come la conosciamo era in procinto di raggiungere il suo apice: Mino D’Amato, ormai spettinato e irriconoscibile, farfugliò che il collegamento con la cometa era pronto. Mia madre si bloccò, con un filo di voce ordinò ‘Fermi’ e con pochi silenziosi passi si avvicinò alla tv.
Noi tutti avanzammo e ci mettemmo in ginocchio, perché niente potesse sfuggire al nostro sguardo. Ci saremmo fatti penetrare dalla sonda Giotto, come avide vestali della Scienza.
Lo schermo divenne scuro e una scritta lampeggiava in basso a destra ‘live from Giotto spacecraft”, in sottofondo Mino D’Amato ci chiedeva di attendere ancora qualche  istante.
Lo schermo rimase nero per mezzo minuto.
Scritta lampeggiante e sibilo di Mino D’Amato completavano il tutto. Nessuno di noi respirava. All’improvviso un luce biancastra comparve sul video, indefinita, un po’ tonda, giusto un paio di secondi.
Poi il collegamento si interruppe.
Riapparve il volto di Mino D’Amato, rigido e sfigurato dalla tensione. Con poche parole, pronunciate molto lentamente, comunicò che il collegamento era interrotto e che la diretta televisiva era terminata.
Un paio di secondi e il monoscopio Rai, anzi tre monoscopi, cominciarono a fissarci, senza troppo giudicare.
Noi restammo fermi ancora qualche minuto, respirando piano. Poi io chiesi: “Possiamo andare a letto?” e mia mamma senza guardarci rispose con voce rotta “si… certo, andate…”
Andammo a letto senza aggiungere altro.
Il giorno dopo, al nostro risveglio, la trovammo intenta a mettere ordine in soggiorno, tutta allegra. Sul tavolo della cucina faceva bella mostra un giornale che riportava il titolo a caratteri cubitali “COMETA!”. La scritta era visibilmente posticcia e sovrapposta al titolo del giorno.
Mi si strinse il cuore e la abbracciai, ricacciando indietro le lacrime, ma lei mi sorrise e mi disse: “Non piangere, questo è solo l’inizio.” E scostò le tende.
Fuori dalla finestra la città era in fiamme.

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Viaggio lisergico

NELLE PROFONDITÀ DELL’ANIMO DI STRANIGIORNI aka POEMETTO ALLA MANIERA DI KURT VONNEGUT aka COME IL CINEMA MI FOTTÈ IL CERVELLO

Quando ero bambino la mia famiglia non navigava in buone acque: eravamo in cinque, poi c’erano mutui e cani, non in quest’ordine, che impensierivano i miei genitori. Così, quando capitava che mio padre diceva: sceglierò uno di voi figli e oggi pomeriggio lo porterò al cinema, tutti noi sentivamo che quello sarebbe stato il nostro giorno fortunato. Purtroppo io finivo sempre con un labbro rotto e al cinema andava sempre qualche altro fratello, che aveva il gomito sporco di sangue. In quei casi andavo nella mia stanza e iniziavo a fissare una sedia, finché questa non spariva.
Dopo un paio d’ore, mio padre e il fratello fortunato tornavano ridendo e dandosi vigorose pacche sulle spalle. Il suo gomito non era più sporco. La cena poi veniva consumata mangiando toast ascoltando la parte fortunata della famiglia che si raccontava ridendo divertentissime scene del film. Ma a noi non facevano molto ridere, forse perché non le avevamo viste e così osservavamo pezzi di toast che cadevano dalla loro bocca mentre ridevano.
Tutto questo accadeva una volta ogni due mesi. Gli altri giorni erano normali e quando si cenava mangiando toast nessuno rideva e i pezzi di toast non cadevano dalle nostre bocche.

La mia giornata fortunata venne due volte: la prima non fu molto fortunata, la seconda all’inizio tantissimo, poi pochissimo, infatti fu il giorno in cui divenni pazzo e gli strascichi di quella volta ancora mi perseguono.

Questo è il racconto della prima volta.

Prima volta.

Quando mio padre disse che avrebbe portato me a vedere ‘la storia infinita’ ero un po’ perplesso. Perché aveva scelto me e non un altro fratello? Feci spallucce e mi dissi che in fondo non c’era motivo di preoccuparsi e che nulla sarebbe andato storto: infilai il cappotto, felice, e pregustai i toast serali e i pezzi di toast caduti sul tavolo dal troppo ridere.
Arrivammo davanti al cinema e mio padre parcheggiò la Fiat 131 verde, camminammo nella neve fino all’entrata, ma con sgomento ci accorgemmo che ‘la storia infinita’ era già finita.
Il cartellone del cinema reclamizzava ‘pizza connection’, un film con Michele Placido.
Mio padre disse qualcosa sottovoce, ma non gli chiesi di ripetere. Capii che la mia giornata fortunata stava finendo in cenere e mi venne molto caldo, pensai ai miei toast sul tavolo e proposi timidamente che magari potevamo andare a vedere quello.
Mio padre senza rispondere tornò alla Fiat 131 verde e accese il motore. Lo raggiunsi in fretta e salii senza dire nulla.
Quando tornammo a casa, 20 minuti dopo, il resto della famiglia chiese che cosa era accaduto, mio padre non rispose e allora io, con un fil di voce, sussurrai cercando di non piangere “no ci siamo divertiti un sacc…” e cercai di dare una pacca sulle spalle a mio padre, ma lui si spostò.
Così andai in camera mia e mi sedetti sul letto ad osservare la sedia, fino a che non sparì.
Questa fu la mia prima volta fortunata, ma di fatto non si rivelò molto fortunata.
Quella sera nessuno rise, a tavola.
Pensai che potevo far cadere di proposito dalla mia bocca dei pezzi di toast, ma forse non era una buona idea, quindi non lo feci.

Quindici anni più tardi il regista di Pizza Connection filmò Alex l’Ariete.

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80 voglia disco party

L’avevo fortemente voluta. Era l’ottobre dell’84, i Duran cantavano Wild Boys, e io ero riuscito finalmente ad organizzare una festa di compleanno. Compiendo gli anni in agosto, come sempre, il giorno del mio compleanno era trascorso nell’indifferenza: giravo per casa, in mutande, incontrando gente in mutande che sbuffava e malediva il caldo e quando tentavo di fermarli per farmi fare gli auguri venivo scacciato, accusato di produrre caldo. Come ogni anno, quindi il mio giorno era tramontano, privo di regali e attenzioni e senza nemmeno, visto l’anno, un sms della tim che ti faceva gli auguri e ti invitava a comprare una summer card.
Ma quella volta avrei recuperato, con gli interessi. Sarei stato celebrato, osannato, ricoperto di regali. Avevo scelto accuratamente un domenica di ottobre, né bella, né brutta, senza eventi particolari, con clima medio. Nessuna scusa, nessuna distrazione avrebbe sottratto i miei ospiti alla più bella festa che quell’anno avrebbe ricordato. Comprai bibite, salatini, gazzosa in quantità, misi uno stereo con cassette delle Bangles e dei Duran, per accontentare un po’ tutti. Sistemai il giornaletto Lando sotto il divano, per tirarlo fuori a metà della festa e stupire tutti in un tripudio di boccaccesca simpatia.
Gli inviti erano stati recapitati, brevi manu, oppure spediti. Disegnati uno a uno, con temi diversi, per maschi e femmine. Imperativo l’orario: 15.30 – 18.30. Tre ore in cui avremmo giocato, bevuto, ballato, sghignazzato noi maschi a sfogliare Lando, anche se molte pagine erano incollate.
Mancavano 15 minuti e passeggiavo nervosamente, controllando la disposizione dei pasticcini e sistemando in file simmetriche le bottiglie di coca. Mi immaginavo la gente arrivare, con l’imbarazzo dei pre-adolescenti, salutare frettolosamente cercando di nascondere sotto il cappotto un grosso pacco, da consegnarmi in dono. Avrebbero dato le giacche a mia madre e si sarebbero precipitati sui dolci, ma non importava, molte leccornie ancora erano stipate in cucina.
Ce ne sarebbe stato per tutti. In abbondanza.

Alle 15.30 tesi l’orecchio, in attesa di un imminente dlin dlon.

Alle 15.45 ancora nessuno aveva suonato, ma non importava, un po’ di ritardo era comprensibile. Impiegai questi minuti extra per sistemare alcuni palloncini.

Alle 16.00 ancora niente. Ero seduto sul divano, un po’ preoccupato, cercando di non fissare il grosso orologio da parete della sala.

Alle 16.20 mia madre mi chiese perché non c’era nessuno. Abbozzai qualche parola, ma mi riusciva difficile parlare. Avevo un grosso nodo in gola.

Alle 16.45 entrò in sala mio fratello, chiedendo un pasticcino. Glielo negai, spiegando che era per i miei amici. La sua risposta “quali amici?” mi fece molto male.

Alle 17 credetti di sentire suonare il campanello e corsi al citofono, rovesciando una sedia, e iniziai a chiedere nervosamente “Chi è? Chi è? C’è qualcuno? Beh, io apro il portone, eh? Ecco, salite, se c’è qualcuno.”
Ma si sentivano solo rumori di macchine.

Alle 17.30 mi ritirai in bagno a piangere sommessamente. Ogni tanto passava qualche famigliare: mia madre era un po’ preoccupata, mentre i miei fratelli facevano un sorriso, per lo più imbarazzato. Avevano capito e provavano un po’ di pena. A mio padre fondamentalmente sbatteva una fava.

Alle 17.45 alzai il telefono per vedere se magari non c’era stato qualche guasto. O magari era stato messo male. Ma il grigione SIP era desolatamente funzionante.

Alle 18.00 suonò il campanello. Incapace di muovermi, chiesi a mia mamma di rispondere.
“Va bene, signora Calloni, grazie, metta pure in buca, dopo scendo.”

Alle 18.30 realizzai che alla mia festa non era venuto nessuno.

Alle 18.40 mia mamma mi chiese delicatamente se poteva iniziare a sgomberare il tavolo e riporre la roba.

Alle 19.00 squillò il telefono. Rispose mia madre.
“È per te… un… un tuo amico…”

Presi lentamente la cornetta, avevo gli occhi rossi. Era D, ieri mi aveva detto che non sarebbe venuto alla festa perché si era rotto un piede. Mi chiamava per farmi gli auguri.
Speravo si limitasse a questo, ma mi domandò anche com’era andata oggi pomeriggio.

Dopo un attimo di silenzio, ricacciando in gola le lacrime, gli risposi che la gente era appena andata via, che era stata una festa bellissima, era venuto un sacco di gente… avevamo mangiato tantissimo e mi avevano fatto dei gran regali. Gli dissi che addirittura C mi aveva dato un bacio in bocca e io ero arrossito. Gli raccontai che avevo tirato fuori il Lando e ci eravamo fatti delle gran risate e M me l’aveva strappato di mano e …

Mi interruppe dicendo che M era stato tutto il pomeriggio a casa sua a giocare con l’Atari.

Riagganciai lentamente.

L’ultima cosa che vidi, prima di spirare, fu il marciapiede.

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infanzia difficile

Mio padre era un hippie.
Quindi era naturale che fosse incazzato il 24 dicembre 1979. Chi non lo era?
Oltre a essere un’insulsa vigilia di Natale, erano anche gli ultimi stanchi passi degli anni ‘70 che se ne stavano andando. La discomusic stava ormai spodestando il rock e no, proprio i basettoni lui non li voleva togliere. Così si aggrappava con le unghie al suo salone di bellezza: gli anni ‘80 non gli avrebbero portato via le sedie tonde, le luci tonde, gli orologi tondi. No, li avrebbe difesi con i denti, fino all’ultimo. E poco importa se suo figlio PSG gli stava ricordando che tra qualche ora sarebbe stato Natale. Proprio non era il momento.
O almeno non fino a che Babbo Nasale gli apparve:
“Orsù, fratello, concediti al consumismo.”
“Ma io…”
“Non fare il matusa, o rimarrai arroccato per sempre, come i giappi nelle isole del pacifico.”
“Dimmi Babbo Nasale che cosa devo fare?”
“Accontenta tuo figlio, fagli seguire il suo sogno.”
“Certo, lo farò.”
“E ascolta Donna Summer.”, e detto questo sparì, sniffando colla.

Mio padre mi guardò negli occhi e mi disse:
“Dimmi figliolo qual è il tuo sogno?”
All’epoca – era noto avevo un grande sogno: diventare chirurgo. Volevo stringere la vita tra le mani, come un moderno Prometeo, volevo reggere i fili delle misere esistenze umane. Volevo essere Dio ed ero determinato a riuscirvi.
“Padre. Voglio diven…”
“Basta non mi annoiare con le tue sciocche richieste, farò a modo mio. Ora aspetta qui, dopo la chiusura del salone ti comprerò qualche stupido balocco natalizio.”

Così alle 19.21 mi prese per mano e sgommando sul suo flower-pulmino-power mi portò davanti ad un negozio di giocattoli. Mi mise davanti alla vetrina e disse, perentorio, “scegli e andiamo, che ho fretta”.
La vetrina agghindata a festa era ricca e lucente, ma un solo gioco rubava il proscenio a tutte le scioccherie. Era bello, era possente, era scultoreo. Era il corpo umano trasparente con gli organi da staccare. 
Mio Dio, quella era la spinta che cercavo. Si, cazzo, quello era il gioco non gioco che mi avrebbe preso per mano e accompagnato nei freddi cunicoli della scienza di Ippocrate. Quello il tizzone ardente che avrebbe scaldato e preservato il mio istinto clinico fino al raggiungimento della facoltà di medicina. Quello era il mio futuro, cazzo, quello era il mio avvenire. Sarei diventato un fottutissimo chirurgo, facendo a pezzi quella cavia, e avrei avuto gloria, fama e denaro.
Lo indicai tremante, estatico, mentre con le mani già mimavo incredibili operazioni a cranio aperto, da sveglio, in extra-circolazione, bendato e con una mano dietro la schiena. Lo voglio. LO VOGLIO.
Mio padre disse, spingendo la porta del negozio: “E così sia, avrai la tua scala per il paradiso”,

Ma la porta non si aprì.
Il negozio era chiuso.

Guardai mio padre, sperando di vederlo estrarre un piede di porco, ma niente. Gettò la cicca e fece scintillare le chiavi del pussy-pulmino-wagon.
Alle 19.54 eravamo davanti ad un altro negozio. L’ultimo rimasto aperto in tutta l’Eurasia.
Entrai di corsa e puntai al banco:
“Uomo… chirurgo… organi…”
“Cristosanto, ho dato via l’ultimo a quel bimbo la.”
Manco a dirlo il bimbo aveva gli occhiali e uno stetoscopio che penzolava dalla tasca.
“Padre…”
“Oh sfiga. Prendi qualcos’altro.”

Già ma cosa? Tutti i giochi sembravano stupidi e infantili. Nulla si avvicinava alla perfezione di un corpo umano da comporre e ricomporre a piacimento. La mia vita era ormai fallita. Trascinando i piedi mi aggiravo tra gli scaffali, giurando a me stesso che non avrei accettato alcuno di quegli stupidi ammennicoli da ritardati e che avrei coltivato in segreto la mia passione per la medicina.

Mio padre si fece avanti con una scatola.
“Prendi questo, sembra bello.”
“Ma padre… è uno stupido gioco di macchine per bambini mediocri. Ci giocherò per mezzora poi finirà nel dimenticatoio. Preferirei rinunciare a qualsiasi regalo e far si che questa privazione mi porti a perseguire il mio…”
“Vabbè, l’ho già pagato. Andiamo.”
“Ok, fanculo la medicina.”

Nei mesi seguenti il pensiero di diventare chirurgo mi sfiorò sempre più di rado.
L’anno dopo, infine, scoprii la pornografia. E divenni normale.


Il bimbo che ottenne la scatola si laureò a 25 anni.

A 29 era già un primario del Mount Sinai Hospital di New York.
A 31 aveva cambiato sesso e aveva sposato un uomo di colore di Amesville, Ohio.

Ora vivono in una fattoria con i loro cani Felix e Dresda.

La morale: macchine sfasciate e sesso salvano l’uomo dalla perdizione.


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avantgarde

In  questi giorni sta passando, l’avrete vista, una pubblicità che nella mia mente ha preso un lembo di stoffa dalla palude e l’ha tirato. Un ricordo, da tempo sopito, è ritornato a galla, come un corpo morto e gonfio di acqua stagnante. Plop. La pelle violacea tesa sul volto ha degli strani cerchi. Concentrici.
Già, il bersaglio.
Era l’anno 82, l’Italia vinceva e PSG, il me stesso giovine, se ne stava a Parco Cavaioni, ignaro di tutto, alla canonica colonia comunale. I miei genitori mi spedivano via e al mio ritorno trovavo scritte ai muri e mozziconi di sigaretta. (Il dubbio che il miei affittassero la stanza non mi ha mai abbandonato). In ogni caso, io me ne stavo li, bambino né troppo furbo, né troppo stupido. Gli strani giorni e borgnine sarebbero arrivati molti anni dopo e non c’era nulla che mi preoccupasse.
Un giorno, alla festa della colonia, v’era l’uso di farsi truccare e mascherare in qualche guisa dagli animatori: così mi misi in fila, domandandomi sognante cos’avrebbero pensato per me quei folli simpaticoni. Man mano che avanzavo nella fila l’estro creativo dei costumisti cresceva e spaziava attraverso strade di avanguardia inimmaginate, osservavo sbalordito la perfezione dei dettagli dei costumi di chi mi precedeva: fiori variopinti ed esotici per le donne, sinistre sculture grottesche per i maschi, la trance degli animatori cresceva ed era un continuo superarsi. Finalmente venne il mio turno ed ero tutto eccitato: i bambini davanti a me erano creature fantastiche e mitologiche ed erano corse fuori a giocare… chiusi gli occhi, convinto che presto le avrei raggiunte.
“A te, a te… farò un bersaglio.”
L’avanguardia aveva raggiunto l’apice, ma io non me ne rendevo conto. Infatti a me sembrava un’idea di merda.
“Eh che dici PSG ti piace? Un bel bersaglio!”
“Ma, veramente…”
“Dai su, ecco qui…”
Mi fece due cerchi in faccia.
“Ecco, avanti il prossimo.”
“Mah…”
“Dai su PSG, vai… vai fuori a giocare… avanti tu Luigino, con te farò un Troll Delle Terre Dimenticate, presto portatemi le protesi facciali e la spada incantata.”

Mi feci da parte, mentre l’ego di Luigino cresceva a dismisura (sarebbe diventato un noto avvocato).
Uscii in giardino. Qualcosa non tornava. Perché mi sentivo un coglione, mentre tutti i bambini giocavano felici? Provai ad avvicinarne qualcuno.
“Ehi ciao”
“Ciao…”
“Giochiamo?”

I bambini, o meglio, chiunque si celasse dietro quei travestimenti tolkeniani, mi guardarono. Uno di loro mi rispose:
“Senti, non sappiamo che problema hai, ma ora vattene.”
“Ma io…”

Mi colpirono con bastone. Decisamente qualcosa non quadrava.
Decisi di cedere una fetta di dignità e avvicinai altri bambini.
“Ehi ciao”
“Ciao…”
“Giochiamo? Sono un bersaglio.”

Questi si diedero di gomito e si allontanarono; una volta distanti incominciarono a gettarmi dei sassi, al grido “fatti beccare!” o “scemo!”
Scappai forte, perdendo un po’ di sangue e tornai dall’animatore che mi aveva truccato, Era intento ad attaccare fronde ad un bambino – trent. Mi veniva un po’ da piangere.
“Io vorrei cambiare… sai il travestimento, insomma, non mi piace molto…”
“Ma come? Non vedi… tu sei unico! Gli altri sono belli, si, ma come sono banali. In un mondo popolato da eroi, sono i normali le persone veramente libero, capisci? Capisci? La normalità è la nuova avanguardia! Ora vai, fatti valere! Mostra la tua unicità! Mostra il tuo essere!”

Non avevo capito molto, ma uscii ugualmente. I bambini interruppero i loro giochi. Mi guardavano.
“Volete giocare? Sono un bersaglio. Potete colpirmi in faccia.”

Fu così che la lapidazione si consumò.
L’ultima cosa che vidi prima di svenire fu Luigino che tornava dal fiume con una cesta piena di pietre.

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gianni rotary

Una volta, quando ero Piccolo Strani Giorni, mi divertivo a ripetere le parole fino a quando non perdevano di significato. Era un gioco intrigante e sul filo dell’equilibrio mentale. Ripetevi: cavallo cavallo cavallo cavallo cavallo cavallo nella tua testa mille volte fino a quando cavallo non esisteva più. A forza di rimbalzare tra le pareti del tuo cerebro si era disintegrato, polverizzato. Cavallo non esisteva più. Ti chiedevi cavallo? e rispondevi ‘ma che cazzo vuol dire cavallo?’. Una sorta di autolesionismo mentale, una prova di forza estrema. L’effetto durava mezzora, un’ora al massimo… poi il cavallo riaffiorava, sbiadito e zoppicante, e riprendeva il suo posto tra causale e cavatappi. A volte mi divertivo a far sparire una parola, poi un’altra e un’altra ancora. Tutte insieme. Trenta secondi e spariva il cavallo. Poi il letto, la macchina, il fuoco e via via, come una voragine inarrestabile, il mio vocabolario si sgretolava sempre di più. Una volta feci sparire 289 parole e quando mia mamma entrò nella stanza mi trovò con la schiuma alla bocca. Tentò di parlarmi, ma riferì che non capivo una parola di quello che diceva. Mi era rimasto solo carrube. Lo ripetevo in continuazione e con quelle venni nutrito per i mesi a venire. Poco dopo recuperai anche cavallette, ma non ne feci parola con nessuno.
Tuttavia, quello che sembrava solo un simpatico gioco, un giorno di trasformò in tragedia. Era iniziato come al solito: formaggio formaggio formaggio formaggio, puf! Cosa vuol dire formaggio? E che ne so? Ahahah che ridere. Formaggio non significa più niente, ecc… Solite cose, insomma.
Poi aspetta un’ora, aspetta due, un giorno, una settimana. Un mese. Niente. Formaggio non tornava. Mia mamma mi chiedeva vuoi il formaggio? e io abbassavo gli occhi, che per quanto ne sapevo magari mi stava chiedendo se volevo delle frustate. Così io rispondevo no, grazie, oppure ora no, ecc.
Come andò a finire, vi starete chiedendo?
Non è più tornato. Punto. Attualmente non so cosa voglia dire formaggio. Lo leggo scritto ed è come se leggessi peraniteva. Ho difficoltà a scriverlo e a pronunciarlo correttamente. Tengo la parola formaggio nel control+V e quando mi serve, di rado invero, lo incollo così com’è. Non riavvio mai il pc (infatti vi sto scrivendo da un Win3.11).
Da allora non ho più fatto il gioco di far sparire le parole. O meglio, l’ho fatto con parole a perdere, tipo gastroenterite o pedissequo che anche se le perdevo non sarebbe caduto il mondo. Ma sono beffardamente tornate dal limbo.
Forse un giorno tornerà anche formaggio, chissà. Forse un giorno mi sveglierò e dirò porco cazzo, ecco cosa vuol dire formaggio! E finalmente potrò usarlo (assumerlo? indossarlo?) di nuovo.
Sarà un bel giorno quello.

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L’inglesatore

Correva l’anno 1983 ed era stato deciso di me che avrei dovuto imparare l’inglese. Come nelle grandi famiglie del passato, noi fratelli eravamo stati divisi secondo le personali attitudini. A me erano capitare le scienze linguistiche: avrei percorso le orme dei neonati yuppies verso una carriera fulminante e poliglotta. I miei, spinti da questa foga, commisero una delle poche cagate mostruose della loro storia genitoriale: l’acquisto di quello che è in seguito passato alla storia come Inglesatore, la cui imperitura memoria rimane come sinistro monito per le generazioni future.
Dalle poche immagini confuse che ho di quel primo incontro, posso ricostruire una scena che era più o meno così: stanza d’albergo, moquette, io, i genitori e una vecchia. "Ti piacerebbe imparare l’inglese con i personaggi Disney?", mi chiede la vecchia. Veramente a me non fregava un cazzo, ma per non essere scortese guardai i miei: sorridono e replicano "eh? Ti piacerebbe imparare l’inglese con i personaggi Disney?". Guardo la vecchia, che ancora sorride: "Si mi piacerebbe imparare l’inglese con i personaggi Disney". L’incontro si conclude, tra risa, strette di mano, pacche sulle spalle e 900 mila lire in meno dal portafoglio di mio padre (che, tra parentesi, nell’83 erano fottutamente molti).
Qualche giorno dopo arriva a casa un pacco. Grande, molto grande, che riporta "impara l’inglese con i personaggi Disney". L’eccitazione in famiglia è al massimo, questo costoso strumento, composto da mobiletto, 24 audiocassette, 24 libri, qualche centinaia di schede e un mangiacassette, sarà il mio passaporto per l’alta società e mi farà"imparare l’inglese con i personaggi Disney". Terminato di montare il tutto, mio padre mi lascia da solo con lui, guardandomi pieno di fierezza e speranza, come si guardano due panda che si devono accoppiare. Inserisco la prima cassetta e premo play. Una vocetta inizia a raccontare un sacco di belle cose, assicurandomi che al termine del corso avrò finalmente "imparato l’inglese con i personaggi Disney".
Il primo Virgilio che mi conduce per mano nei sentieri della lingua britannica è Pippo, o meglio Goofy, come è chiamato li. Mi spiega, cantando, che se tu hai un gelato (ice cream cone) e un tuo amico ne vuole uno anche lui, basta aggiungere la S per fare il plurale (ice cream cones). A me sembra un po’ una cazzata, ma non oso mettere in discussione un verbo così autorevole e continuo l’ascolto della cassetta, seguendo sul libro. La prima ora di applicazione si conclude rapida. I miei arrivano, eccitati, e mi chiedono com’è.
"Beh, bello.".
Un passaggio a livello si ode in lontananza.

Pochi giorni dopo comincio ad odiarlo, le canzoni sono sempre stupide e uguali: che Pippo che vuole i fagiolini, Paperino che guida la macchina, Minni che ha il mestruo. L’ora di lezione quotidiana si accorcia sempre di più e spesso viene saltata. I miei genitori hanno sentore di bufala e stringono le chiappe. Le 900 mila fottute lire stanno riempiendosi di polvere e io non sto "imparando l’inglese con i personaggi Disney". Arrivano le vacanze e il totemico arnese viene caricato, come un nuovo componente della famiglia, sul pulmino alla volta della montagna. Il pugno di ferro si abbatte sulla mia futura carriera di yuppie e la lezione quotidiana diventa un obbligo. Mentre fratelli e cugini giocano in cortile, io sono appena a pagina venti del primo dei 24 tomi.
L’inglesatore, come viene ormai chiamato con scherno da tutti, diviene ben presto oggetto di rappresaglie e saccheggi: una cassetta, la 16, sparisce e viene ritrovata qualche giorno più tardi con incisi i Duran Duran. I miei genitori capiscono in breve che la situazione è sfuggita loro di mano ed emettono rigide leggi nel vano tentativo di far riacquistare la dignità perduta all’attrezzo, vietando di chiamarlo "Inglesatore". Ma la lotta è ormai impari, agli occhi di tutti in famiglia quello è solo un ridicolo strumento, noioso e inutile.
In breve i miei mollano, rassegnati ad aver cacciato via 900 mila lire, che la vecchia userà per l’ennesimo lifting: i loro controlli scemano e in breve l’Inglesatore viene abbandonato.
Qui si concluse la sua avventura. Costato uno stipendio, usato per metà scarsa del primo volume, rimase per qualche tempo in camera mia, nascosto, poi passò in cantina e infine raggiunse il paradiso degli Inglesatori.

Una volta, prima che sparisse per sempre, diedi un’occhiata a uno degli ultimi volumi: un tetro Mago Merlino istruiva l’allievo che fosse arrivato fin li all’uso di should e could. Un brivido attraversò la mia schiena e riposi il libro nel mobiletto.
Fu l’ultima volta che lo vidi.

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