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confetti

Uno degli episodi che ha segnato la mia infanzia: lo ricordo ancora con un misto di turbamento e ammirazione verso le oscure regole che sembrano governare questo universo.


È la mia Prima Comunione. Una bella festa, si suppone. Sono il festeggiato, ma sono solo come un cane. Sono stato spedito in chiesa con un orrido vestito blu, con bottoni dorati grandi come albicocche. Un Capitan Findus in miniatura, senza barba. Senza merdosi bastoncini.
Il sacramento si consuma, blando, secondo copione. La gente festeggia, io passo inosservato. La gente urla, io taccio. La gente ride. Io sono serio. La festa si sposta a casa mia, ma è come cambiare lo sfondo a un teatro: stesse persone, stessa insulsa allegria. Stessa solitudine. Mentre mamma, papà, fratelli, parenti e zie mangiano i salatini a buon mercato, io mi aggiro per la casa, non visto. I grandi parlano, ridono, raccontano. Io giro pigramente tra i tavoli, osservando le pettinature, le sbavature di rossetto, gli orologi. Chiacchiero con Ambrosio, il mio amico invisibile, ma oggi non è di molte parole. Mangio una patatina, mi siedo, mi alzo, scosto gentilmente la mano di qualcuno che vuole arruffarmi i capelli, credendosi in una sit-com.
Poi ad un certo punto, Dio in persona, forse, nel suo grande senso estetico, nel suo innato sarcasmo, decide di dare un senso alla giornata.
Sono seduto, in un angolo, come un pugile suonato, con un bicchiere di plastica pieno di aranciata ormai calda, e osservo il tavolo dei dolci. Quando ad un tratto vedo avvicinarsi uno Zio Lontano, uno di quei personaggi trash che incrociamo ogni tanto nella vita, il quale si mette ad osservare le varie prelibatezze.
La sua scelta cade sui confetti. Nulla di male penso, a parte che i confetti mi fanno cagare, ma posso concepire che a qualcuno possano anche piacere. Comunque è chiaro che il nostro è visibilmente attratto dai confetti, come un sinistro bambino di cinquant’anni, per il fatto che questi sono dorati. Già. Rotonde e zuccherine pepite d’oro, come nella più pacchiana tradizione pasticcera: sono i classici confetti ricoperti da uno strato di carta stagnola dorata. Visibilmente ricoperti aggiungerei, per via delle grinze che questa presenta sulla superficie. Comunque lui, incurante di tutto, ne prende un paio, per poi rimirarseli in mano, felice come un cercatore del Klondike e io, che intuisco l’epilogo, mi sistemo sulla sedia, come una faina, per non perdermi neanche una goccia del tragico teatrino.
Vedo il movimento al rallentatore: lo Zio, con soddisfazione, comincia a portare il bottino alla bocca. La sua mano sale, e io penso “dai, dai, dai, dai”, la mano sale ancora e io deglutisco, in fervida attesa. Lo Zio inghiotte, inizia a masticare e il sorriso ebete dalla sua faccia inizia a trasformarsi, lentamente, in puro terrore. Il ritmo dei suoi morsi rallenta e accortosi di aver fatto una grandissima cazzata, si guarda intorno per controllare se qualcuno lo ha notato, se può sperare ancora di raggranellare un po’ di stima in futuro. Sospira, ritiene di averla fatta franca e si porta la mano alla bocca, per estrarre il bolo, ormai macilento, di zucchero, mandorle e carta stagnola. Quando ad un tratto mi nota. E capisce che quel bambino, che conosce vagamente, ha visto tutto.
Io lo fisso, penetro il mio impassibile sguardo più in fondo che posso, come una spada fino all’elsa. Lui abbozza un sorriso, cercando assoluzione. Non ne avrà. Il suo volto è cereo, ogni traccia di umanità lo abbandona. Si porta la mano alla bocca. Ne estrae pezzi masticati e luccicanti.
Alzo il bicchiere alla sua salute, come ultima beffa.
E per la prima volta, quel giorno, sorrido.


 

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soul kitchen

Ieri sono andato alla coop. Classica cadenza, rito post moderno. Una lista della spesa, un solo obiettivo. Prendere tutto, il più rapidamente possibile, tendendo al risparmio.

Avanzo. Slalomeggiando tra carrelli, bambini, anziani, verdure. Abile come un olimpionico (come direbbe il dotto Roma), prendo e metto, prendo e metto. Ogni fottuto item su quella lista si materializza nelle mie mani e finisce nel casco. Mozzarella, banana, dentifricio, tutto si fonde come brodo primordiale in un caldo turibolo. La cassiera sorride, io pure. In fondo è una bella giornata. Non c’è motivo per dispiacersi. Solo più tardi avrei capito il suo ghigno.

Solo più tardi. Tuttavia, come una ragazzetta al picnic di Hanging Rock, non mi sarei cacciato in questo brutto guaio se avessi saputo. Comunque, ignaro, inforco il motorino e mi dirigo a casa.

Entro in cucina, sistemo le cose: banana, qui, dentifricio, boh, lo appoggio qui, mozzarella…

 

Mozzarella.

Credetemi. Ancora adesso che scrivo, non riesco a capacitami della cosa, tanto meno riesco a interpretare l’accaduto in termini di segno premonitore. Allo stato attuale ciò che è accaduto è pari alla scoperta di un cerchio nel grano tra i miei peli pubici.

 

La mozzarella, semplicemente, non esisteva.

 

La confezione, perfettamente integra, conteneva solo acqua.

Mi sono seduto a riflettere, scosso. Avevo acquistato una non mozzarella. Una mozzarella negativa. Una mozzarella-1. Superficialmente si sarebbe potuto pensare al più classico dei ganci, ma io ci vedevo ben altro.

Quel sacchetto non conteneva solo acqua: conteneva un’idea di mozzarella. Se avessi dato il sacchetto a chiunque su questo pianeta, non avrebbe pensato “un semplice sacchetto pieno d’acqua”, ma piuttosto “ehi, ti hanno fregato, qui manca la mozzarella”.

Quindi lei era presente, anche se non fisicamente. Questa fottuta mozzarella, pur essendo stata persa durante la lavorazione di questo sacchetto, pur essendosi spiaccicata su qualche ingranaggio, era comunque riuscita ad infilarci il suo spettro, la sua presenza metafisica, il suo karma, la sua anima.

Avevo acquistato, per 1 euro, l’anima di una mozzarella.

Ero eccitato e al tempo stesso spaventato. Cosa significava tutto ciò? Perché proprio me?

Cosa ne avrei fatto? Sarei dovuto andare in giro per il mondo a cercare gli altri prescelti? Oppure mettersi sulle tracce della mozzarella, per quietare il suo spirito infelice?

 

“La mozzarella che ho comprato è vuota.”

“Valla a cambiare, no?”

 

Forse è meglio.

 

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telecom litània

fottuto trasloco. trans luogo. trans fugo. da una settimana mi prende la gola, stringe, soffoca, come la polvere che esce dalle scatole, balla nell’aria, si posa sulle scatole, si posa sulle palpebre. che cadono come morte. la notte è nemica. suoni nuovi, rumori nuovi, colori nuovi, odori nuovi. la casa nuova è un mostro proteiforme da abbracciare, domare, piegare. mi sta studiando. mille occhi mi scrutano, mi muovo, le pareti sudano, la polvere balla, mi volto, non c’è nessuno.

traslocare è cambiare amore. ogni piccolo gesto è da ricostruire. nuove forme da inventare, nuovi segni da rendere vecchi segni. ti muovi goffo, tra pareti bianche che saranno presto nere.

traslocare è una fottuta pratica sadomasochistica. provi piacere ma la tua casa è una merda, tutto è sparso ovunque. sembra sia esplosa una bomba all’ikea. sposti con il piede una scarpa. non troverai mai più l’altra. forse alla vigilia del prossimo trasloco. hai il magone.

ti siedi per terra sconsolato, si alza un fiotto di polvere. ti senti come il naufrago nella sua cazzo di isola. hai bisogno di un cazzo di feticcio, un cazzo di pallone wilson che ti tenga aggrappato alla vita. hai bisogno di internet. ma prima hai bisogno di un telefono. e prima ancora di una linea telefonica. beneficio occidentale che lo spirito – ancora sospettoso – della casa ha reso un moderno godot.

alzi il cellulare. non c’è rete. la casa è piombo.

il sole tramonta. ti attende un’altra notte.

le creature escono dalle tane, aprendo varchi tra scatole, polvere e vecchi quadri.

chiudo gli occhi, Bela Lugosi mi ammonisce:

beware! beware of the big green dragon that sits on your doorstep. he eats little boys… puppy dog tails, and big fat snails… beware… take care… beware!

 

apro gli occhi nel buio. e sorrido.

 

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Pizza Hell

Cercavo una pizzeria d’asporto. Ho trovato qualcosa di più: la porta dell’Inferno.

Entro cauto, le prime quattro le ho trovate chiuse. Rimane questa, sconosciuta, sinistra e calda. Dietro il bancone due indiani, un senegalese e un ragazzetto. Davanti al bancone una Famiglia.

Sul bancone alcune pizze, sudate come partorienti.

Il caldo è nauseante, l’odore pure. La gente discute animatamente, mi metto in un angolo. Il ragazzetto è il capo degli extracomunitari: è saccente e saggio. Sembra che abbia 50 anni, forse ha la malattia di Arnold.

Gli indiani hanno sbagliato. Glielo si legge in faccia. Stanno per piangere. Hanno sbagliato a fare una pizza. La Famiglia è arrabbiata. Non capisco. Attendo il mio turno. Hanno sbagliato. È caldo. Il senegalese porta delle patatine fritte. Sembrano morte da tempo. Gli indiani sono dispiaciuti, si vede. Il ragazzetto di 50 anni ha in mano una pizza. La Famiglia si oppone, non la vuole. È caldo. Il senegalese torna in cucina con i suoi cadaveri gialli. La nonna della Famiglia è arrabbiata. I bambini della Famiglia ripetono come un mantra “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”, “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. È caldo. L’indiano cerca di scusarsi in qualche modo. Il ragazzetto di 50 anni è diviso tra la voglia di spaccare la faccia all’indiano o spaccare la faccia ai bambini della Famiglia che continuano senza sosta: “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. La vecchia alza la voce. È caldo. L’indiano abbozza qualche parola, nessuno sente. A nessuno interessa. Si sente solo “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. Il ragazzetto di 50 anni continua ad agitare la pizza. Gli cadrà.

Io sto impazzendo. Il caldo è insopportabile. Il ragazzetto di 50 anni vuole compiacere la Famiglia nella speranza che accettino una salsiccia al posto di una napoli. Ma questo non è un film di Frank Capra, non accade nessun miracolo. La Famiglia non cede. Vuole la sua napoli. “Era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. Viene loro offerta la dignità dell’indiano come merce di scambio. Il ragazzetto di 50 anni inizia a canzonarlo. Lui ha il magone. La Famiglia lo punzecchia. Pesantemente. Ridono. Il ragazzetto di 50 anni ride. Vorrei spedirli a Nuova Deli a cucinare Budhuk Korma. E scudiscio sulle natiche al minimo errore. Il mantra intanto cala di intensità. La Famiglia esce. L’indiano guarda per terra, acquistato dei neo colonialisti per un pugno di salsiccia. Il ragazzetto di 50 anni mi chiede che pizza voglio.

Una margherita.

 

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– nessun titolo –

London calling, again.

 

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decadence


Ho sempre amato Shirley Manson. La cantante dei Garbage.           
Mi affascinava, incarnando una bellezza eterea, gotica, perversa… la sua pelle bianca e il trucco calcato la rendevano intrigante come un’eroina dell’espressionismo tedesco, misteriosa come un demone. Eravamo diventati quasi amici, negli anni, se le avessi telefonato mi avrebbe risposto con cortesia.
Poi l’altro giorno ho guardato il loro sito, per avere notizie fresche.
È stato come ritrovare una vecchia compagna di classe e trovarla appassita, in modo imbarazzante. Scorgerla da lontano, al parcheggio dell’ipercoop, spendere 2, 3 secondi per focalizzarla e accorgersi che ora è un cesso. Sentirsi quasi in colpa, tremendamente a disagio. Lei che ti saluta, giuliva. Tu che non sai che dire. Pensi che è un segno del tempo. Pensi che te la saresti trombata, una volta.
Ora non la toccheresti neanche con uno stecco.
Mi dispiace per Shirley. Il mio demone non c’è più, ora assomiglia a un cinno che faceva catechismo con me, 20 anni fa. Non penso la chiamerò.



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chiese

Oggi ho troppo mal di testa per scrivere qualcosa di sensato. Colpa delle sigarette. Ieri ne avrò fumate 850.

Tuttavia vi volevo comunicare che la fine del mondo è vicina. Quindi regolate i vostri conti. Stamattina alzandomi ho visto un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi e con la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.

Impaurito ho ritirato il bucato, che nel frattempo si era bucato per via della battaglia che impazzava nei cieli, l’Arcangelo Gabriele e suoi angeli lanciavano lapilli contro il drago.

Ho fatto colazione, ho fumato la 851° paglia rimasta sulla terra e ho preso la pistola, pronto a uccidere i miei nemici. Ho sparato e il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, è precipitato sulla terra.

Ora si aggira tra di noi.

 

Gioco del giorno: entrare nella chiesa virtuale metodista (http://ship-of-fools.com/church/), infastidire i virtua-fedeli e, infine, farsi cacciare con ignominia dal virtua-prete.

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