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The last comet

Si insomma, era davvero decisa. Perché noi non avremmo dovuto averlo? Perché, santoddio?
Se lei lo aveva mancato, perché avremmo dovuto mancarlo anche noi? Mia mamma ancora non si capacitava di aver perso il grande evento… era il 69, l’uomo sbarcava sulla luna e lei dormiva canticchiando nel sonno Pomeriggio ore sei dell’Equipe 84 e il giorno dopo, mentre tutti ne parlavano scambiandosi abbracci da “noi si che lo potremo raccontare”, aveva giurato che avrebbe dato ai suoi figli un fottuto aneddoto da tramandare ai nipoti.
Così, fin dalla nostra nascita, aveva passato in rassegna giornali e riviste, alla ricerca di ciò che nei nostri ricordi si sarebbe trasformato nella Grande Notte. Ma nessun pianeta, nessuna tomba egizia, nessuna civiltà nascosta si accingeva ad essere palesata al mondo in una leggendaria diretta notturna. E meno che mai nessuna fottuta luna, andata per sempre in quella infausta notte.
Insomma non era una vita facile. Una volta una maestra aveva dato il tema “Chiedi ai tuoi genitori come ricordano il 20 luglio 1969”: prima mia mamma insistette perché scrivessi che non era accaduto nulla di importante, poi dopo qualche giorno la maestra sparì, e non venne più ritrovata.
Ma il destino si sarebbe presto compiuto.
Quella mattina mia mamma entrò in camera rossa in volto e mi gettò il giornale “Tutto il mondo ne parla.” Scorsi i titoli ma non capii… lei mi strappò il giornale di mano e mi mostrò un trafiletto in fondo a pagina 16. Cercai di obiettare che la rilevanza dell’articolo forse… ma lei mi zitti e lesse a voce alta “Questa notte la sonda Giotto attraverserà la coda della cometa di Halley. Prevista diretta notturna con Mino D’Amato”.
Era il 1986 e il mondo sarebbe cambiato per sempre.
Con folle lucidità cominciarono i preparativi che ci avrebbero portati alle soglie della Grande Notte: per prima cosa mia madre chiuse il negozio poi telefonò alle nostre scuole dicendo che non saremmo andati a scuola per una settimana, a cominciare da oggi. Davanti alla richiesta di spiegazioni di una professoressa, mia madre sbottò “Ma non li legge i giornali?”. Inutile dire che la professoressa sparì qualche giorno dopo e non venne più trovata.
A noi fratelli furono affidati compiti diversi: uno doveva recarsi in biblioteca a recuperare tutto lo scibile umano sulle comete… dovevamo essere preparatissimi, per capire ogni singola parola della lunga diretta e all’occorrenza essere pronti a telefonare in studio per correggere Mino D’Amato, acciocché la nostra voce rimanesse invischiata in eterno nella melassa della Storia. Un altro fu mandato a fare provviste, poiché mia madre prevedeva che la portata dell’evento avrebbe cambiato gli equilibri geo politici e il rischio di insurrezione era concreto.
Quanto a me, il mio compito era di preparare il necessario per la notte, comprese coperte, termos  di caffè, panini, bandierine e trombe da stadio. Quindi fui mandato dai parenti vicini a recuperare altri due televisori.
Verso le 17 mamma cominciò la preparazione: consegnò ad ognuno di noi una cartelletta che conteneva uno schema dei posti che dovevamo tenere sul divano e alcune dispense illustrate sulla cometa di Halley. Era tutto molto istruttivo. Poi iniziammo a vedere i tre televisori, ognuno su un tg diverso. Uno di noi domandò perché nessuno dei tre telegiornali riportasse la notizia, mia mamma ribattè stringendo un cuscino che erano notizie scomode e le sue nocche divennero bianche.
Verso le 22 eravamo tutti molto stanchi. Eravamo seduti da 5 ore e non potevamo muoverci con libertà. Anche andare in bagno non era agevole: dovevamo fare in fretta, perché la diretta avrebbe potuto iniziare da un momento all’altro. Cercavamo di non addormentarci mangiando cioccolata e bevande molto amare. Tuttavia nessuna diretta accennava ad iniziare.
Verso le 23 mio fratello prese il telecomando e girò su Colpo Grosso, ma i telecomandi furono sequestrati e lui fu punito con durezza.
Verso mezzanotte eravamo tutti addormentati e stava per crollare anche mia madre, quando una voce lontana e ovattata annunciava “… passiamo la linea… Mino D’Amato.. cometa…”. Mia madre urlò e saltando in piedi azionò la tromba da stadio, lasciandoci un fischio nelle orecchie in maniera permanente. Eravamo tutti in piedi. Ci scambiavamo occhiate dense di Storia, stringendoci in un unico abbraccio. Un eccitato Mino D’Amato parlava a caso, dalle tre tv, annunciando le immagini che sarebbero arrivate, in pochi minuti, dalla sonda.
Mi scappava da pisciare ma non potevo certo andare in bagno ora e poco dopo senti molto caldo alla gamba. Ma non mi vergognai, la scienza richiedeva anche qualche sacrificio.
Intanto Mino D’Amato annunciava che tra pochi istanti, ecc, scusandosi per l’attesa e vaneggiando sull’eccezionalità del collegamento e mia mamma cercava di tenere alta la nostra tensione con frasi epiche sul Vero Evento che avrebbe cambiato la storia, sul 13 marzo 1986 che avrebbe diviso il corso, ecc.
Verso l’una la tensione incominciava a calare e un Mino D’Amato con l’ascella sempre più pezzata aveva ormai finito le frasi fatte e le parole di scuse su sto cazzo di collegamento dalla sonda Giotto che ancora non arrivava e noi eravamo tornati seduti sul divano, orami stremati da questa doccia scozzese di emozioni.
Mia madre ogni tanto si allontanava per cercare di telefonare ai centralini Rai con la folle intenzione di comunicare con D’Amato in diretta, ma senza successo.
Verso l’una e mezza però, la specie umana per come la conosciamo era in procinto di raggiungere il suo apice: Mino D’Amato, ormai spettinato e irriconoscibile, farfugliò che il collegamento con la cometa era pronto. Mia madre si bloccò, con un filo di voce ordinò ‘Fermi’ e con pochi silenziosi passi si avvicinò alla tv.
Noi tutti avanzammo e ci mettemmo in ginocchio, perché niente potesse sfuggire al nostro sguardo. Ci saremmo fatti penetrare dalla sonda Giotto, come avide vestali della Scienza.
Lo schermo divenne scuro e una scritta lampeggiava in basso a destra ‘live from Giotto spacecraft”, in sottofondo Mino D’Amato ci chiedeva di attendere ancora qualche  istante.
Lo schermo rimase nero per mezzo minuto.
Scritta lampeggiante e sibilo di Mino D’Amato completavano il tutto. Nessuno di noi respirava. All’improvviso un luce biancastra comparve sul video, indefinita, un po’ tonda, giusto un paio di secondi.
Poi il collegamento si interruppe.
Riapparve il volto di Mino D’Amato, rigido e sfigurato dalla tensione. Con poche parole, pronunciate molto lentamente, comunicò che il collegamento era interrotto e che la diretta televisiva era terminata.
Un paio di secondi e il monoscopio Rai, anzi tre monoscopi, cominciarono a fissarci, senza troppo giudicare.
Noi restammo fermi ancora qualche minuto, respirando piano. Poi io chiesi: “Possiamo andare a letto?” e mia mamma senza guardarci rispose con voce rotta “si… certo, andate…”
Andammo a letto senza aggiungere altro.
Il giorno dopo, al nostro risveglio, la trovammo intenta a mettere ordine in soggiorno, tutta allegra. Sul tavolo della cucina faceva bella mostra un giornale che riportava il titolo a caratteri cubitali “COMETA!”. La scritta era visibilmente posticcia e sovrapposta al titolo del giorno.
Mi si strinse il cuore e la abbracciai, ricacciando indietro le lacrime, ma lei mi sorrise e mi disse: “Non piangere, questo è solo l’inizio.” E scostò le tende.
Fuori dalla finestra la città era in fiamme.

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M!

Martedì ho usato i Miracle Blade per la prima volta.
Ieri è nata mia figlia, M.


Quante emozioni!


 

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solaris

Domenica, grazie all’ora solare, ho dormito un’ora in più.

Poi ho sistemato tutti gli orologi della casa e ho perso un’ora e mezza.

 

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La sposa turca

Oggi un post senza parolacce, liquidi organici, climax, kleenex, sangue, escrementi, espedienti.

Oggi un post senza niente. Pulito. Bianco. Dai tratti di un eunuco. Cieco e sordo.

Entro nella camera stagna e accendo le luci al neon. La stanza è spoglia e asettica. Mi svesto, faccio le dovute abluzioni, mi asciugo castamente con un telo di lino e mi sdraio, nudo, sul freddo tavolo di acciaio. Fisso il soffitto e penso ad un argomento.

Ok. Vai.

 

Niente.

Chiudo gli occhi. Ripenso ai blog che leggo. Ai post che ammiro per l’eleganza, per le percezioni, per l’acume. Mi piacerebbe dire qualcosa di sensato. Di politico, di memorabile.

Stringo le chiappe, e cerco di frugare nella mente alla ricerca di un argomento. Vorrei parlare di amore. Di sesso. Di Dio. Ma cazzo, trovo solo stronzate, come i miracl3 blad3.

Il tempo sta scadendo. Ho acquistato 10 minuti di pensatoio. Tra poco verranno a chiedermi di uscire.

Pensa, M, pensa.

 

Niente, non riesco. È la stessa storia di quando devo pisciare nei cessi a parete. Qualcuno sta aspettando che io finisca? Ok, blocco totale.

Questo pensatoio è una vera merda. Il tempo è scaduto ormai.

Mi alzo sui gomiti. Vedo un cartellino all’alluce: “Strani Giorni”.

I neon si spengono. Uno ad uno.

Non si sta poi così male.

Qui.

 

 

PS:

Andate a vedere il film che cito del titolo. Ha vinto l’orso d’oro ed è un ottimo film, con un’ottima colonna sonora. Tra l’altro ho scoperto che la bella attrice protagonista, Sibel Kekilli, ha un passato da pornostar e da impiegata comunale.

Considerando che ha 23 anni direi che di cose ne avrebbe parecchie da scrivere, lei.

 

Più che altro per l’impiego comunale.

 

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here’s where the story ends

Ieri è stata una di quelle giornate che vorresti ti avessero sparato in mezzo agli occhi al momento del risveglio, con fucile automatico calibro 12 modello Black Eagle, con canna magnum da 70 cm con strozzatori interni, la cui pallottola ti avrebbe trapassato il cranio dall’osso frontale a quello occipitale, spappolandoti il cervello in 1/10.000 di secondo, restando sotto la soglia delle sinapsi umane. Non ti saresti accorto di nulla. Il tuo mondo sarebbe collassato e la tua partita sarebbe finita.

Ma quando è suonata la sveglia, alle 5.30 del mattino, P stava dormendo. E non avevo nessun fottuto fucile puntato in faccia.

C’era solo freddo e buio. E nel mio stomaco un gas premeva. Un gas chiamato PDR.

Peto del risveglio. Una sorta di arma di difesa contro il freddo.

“Devo andare a Padova.”, ho pensato, stringendo le chiappe per portare il PDR fuori dalla stanza, poi ho raccolto i miei anonimi vestiti, dato un’ultima occhiata alla stanza e sono partito.

Lungo il tragitto io e PDR, ancora dentro di me, come un sinistro prometeo, abbiamo chiacchierato a lungo, ascoltando infotraffico e Nicoletti, abbiamo fatto colazione in autogrill (lui ha preso 3 cornetti!) e abbiamo raggiunto Padova, dopo aver sbagliato strada 2 volte.

Arrivati dal cliente, è iniziato l’inferno. Non andava un cazzo. Tutte le macchine, i robot, Asimov, i palmari, i router, i server si erano animati, e calatosi le braghe, avevano iniziato a spiegarmi la loro versione dei fatti. Tutto era diventato il contrario di tutto. A fine giornata io e PDR eravamo all’angolo, come pugili suonati, e su di noi si abbatteva la gragnola di schiaffoni che competono i falliti. La debacle era stata totale. Alle 20 mi sono alzato dolorante e ho chiesto una firma sul foglio lavoro. Mi hanno sputato.

Quindi ci siamo messi in macchina, attenti a non sporcare di sangue i sedili pregni di fumo stantio e abbiamo imboccato la rampa sbagliata (non vedevo più da un occhio).

Alle 23 siamo a casa: entro in sala e do il mio rumoroso addio a PDR. Ho deciso di lasciarlo andare.

Poi saluto P.

“Com’è andata?”, mi chiede dandomi le spalle.

“Benino.”

Un rumore. E non vedo più nulla.

 

PDR ora sta piangendo e prima di dissolversi guarda P mentre soffia alla canna del fucile.

 

Fade out.

 

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cono d’ombra

La mia mente è dentro un cono d’ombra, artisticamente parlando.

Ogni pensiero che ne esce in questi giorni è grigio e ruvido. Sarà colpa della lana di vetro, che fuoriesce dalle contorte strutture metalliche del mio ufficio e che avvolge la mia testa come un turbante? O forse degli ottani velenosi che inalo tutto il giorno, sprigionati dal distributore di cherosene industriale qui sotto, che trasforma l’ambiente per odori e rumori in una frequentata banchina del porto di Piombino? O forse le piccole scosse elettriche che mi guadagno toccando i cavi del pc, specie quando toccano il pavimento, sempre bagnato da pioggia residua (le lastre di eternet sul tetto sono crepate) o caffè rovesciato.

Non so. Dalla mia scrivania guardo i miei colleghi. Sono pallidi e hanno sempre mal di testa.

Mi accendo un sigaretta.

“Cazzo fai? E’ vietato fumare!”

“Maleducato.”

“Bravo, facci ammalare a tutti, eh?”

“Io il cancro per te non me lo voglio prendere, sai?”

 

Tiro l’ultima boccata e tossisco piano. Spengo la cicca su una parete.

Tanto è d’amianto.

 

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cronache marziane

Osservo sconsolato ciò che è rimasto del mio blog dopo l’archiviazione selvaggia: le orde barbariche hanno banchettato, lasciandosi alle spalle una striscia bianca che ha asfaltato i miei post, relegandoli all’oblio dell’archivio. Raccolgo una cornice da terra, la appoggio ad un mobile. Sfasciato, cade.

Mi siedo a terra, sopra i cocci di un vaso, sperando in una speranza.

Ho bisogno di un’iniezione di trash. Rapida. Intramuscolo. Anzi, direttamente al cuore. Mi sdraio, pallido.

Il compianto Spader-Man è passato a miglior vita. Il noto eroe non può salvarmi.

Penso che questo sarà l’ultimo post. La vita si sta spegnendo. Gli occhi si chiudono.

E’ quasi coma. E’ quasi amore: sento una voce. E’ Google – Vincent Vega. Ha una siringa in mano. La spinge sul petto, penetra nel cuore. Il kitch entra in circolo. Stonato, osservo il mio salvatore.

Il servizio di indicizzazione di Google per la pubblicità sui blog mi occhieggia, paterno.

Salva la vista ai monelli“.

Incuriosito seguo il link, come Alice il Bianconiglio. Questo sito vende, appoggiandosi su una penosa assonanza con la Beghelli, un dispositivo per impedire ai ragazzi di guardare la tv da vicino.

Ho le convulsioni. Scorro il sito. Usando cadenze da Cronaca Vera, mi sta convincendo:

“Quante volte sgridate i Vostri figli perchè guardano la televisione attaccati al video???

Loro che fanno, vi ascoltano???

MAGARI!!!”

Mi asciugo le lacrime. Procedo all’acquisto on line di due unità (149 euro cad.) nell’intenzione di montarli su due apparecchi tv, che posti uno di fronte all’altro si oscureranno a vicenda, creando un bozzolo elettromagnetico che mi spedirà alla Tate Modern di Londra come pop-artist del secolo.

adieu

 

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