Archive for cinematografo

double features

Fiamma e diaframma, recensione.

Una stanza bianca, una corda. Che fine ha fatto l’attivismo viennese? sembra chiedersi Franz Schiller, ormai vecchio e stanco, mentre annoda il cappio.
Così si apre “Fiamma e diaframma”, unico film di Amedeo Fortini, girato – non senza difficoltà – nel 1976. Da molti considerato la risposta meno utopistica a Blow Up, ha sempre rappresentato uno scoglio per chi si accinge a collocarlo all’interno del cinema dell’epoca: i colori, la fotografia, la sceneggiatura sincopata, tutto sembra essere in antitesi con le correnti cinematografiche e stilistiche degli anni 70.
La trama è nota: il giovane fotografo Schiller si avvicina al mondo dell’attivismo viennese, che negli anni settanta vedeva il suo corso divenire sempre più estremo, poiché prossimo alla fine, quando dopo alcuni episodi formativi, decide di andare oltre, a suo modo, negando sé stesso in un modo crudo che rapidamente lo porta a quella che è considerata la scena madre del film, il lancio della sua macchina fotografica Canon AE1 (prima fotocamera con rudimentale microprocessore, chiave di lettura tutt’altro che casuale). Il lancio tormentoso, quasi organico, di una parte di lui, tecnicamente ineccepibile (uno split screen ante litteram) che è passato alla storia del cinema italico come un piccolo capolavoro. La macchina, come sappiamo, non giungerà mai al suolo, e questo scatenerà nel protagonista una serie di reazioni, paradossalmente più vicine all’attivismo viennese ora che non quando ne era un seguace, reazioni che rapidamente lo porteranno al declino e infine alla morte per sua stessa mano, nella stanza della sequenza iniziale, da cui il film, un cupo flashback, ha origine.
Difficile dire, senza essere banali, che cosa ha significato all’epoca questo film: uno scomodo fardello, soffocato dalle vicende legate alla sua realizzazione: dalle censure in odore di maccartismo all’ostracismo della stessa area comunista in cui il film era maturato. Certo è che trent’anni dopo, con lucidità, possiamo vedere distintamente i contorni di questo episodio di meta-cinema: il film, nel suo spezzare i canoni, non voleva dare risposte, ma piuttosto essere la risposta.
Questo è quindi “Fiamma e diaframma” oggi, un insegnamento, ma anche un più ampio monito a non dimenticarsi consciamente o meno di questo cinema, scomodo ma proprio per questo prezioso. Fortini ha pagato sulla sua pelle un coraggio forse dovuto all’ingenuità dell’esordiente (non era un regista vero, piuttosto un tecnico prestato al cinema), e ha continuato a pagare fino alla sua scomparsa, nel 2002, consumatasi dell’indifferenza. Certo è un po’ triste che un personaggio così, debba venir omaggiato all’estero (un personaggio in Kill Bill si chiama Franz Schiller) e non in patria, non nella sua Roma, la città aperta, che ad esclusione di qualche passaggio nei cineclub ha sempre sbarrato le porte a “Fiamma e diaframma”.
E’ doveroso concludere con le parole che Fortini amava ripetere: “Tutti dovrebbero aver la possibilità di fare film, ma non tutti dovrebbero avere la possibilità di guardarli.”

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La Guerra dei Bondi

Ieri sera ho visto ‘La guerra dei mondi’.

Ma siccome sono fico & di controtendenza & anke metrosexual, ho visto la Guerra dei Mondi del 1953.
Un’ora e venti di
pappone filo governativo/cristiano in salsa technicolor. Pregevoli i
mostruosi buchi di sceneggiatura, gli effetti da 1 milione di dollari
di George Pal (in forma come sempre), il mood tutto amerikano anni 50
di presentare le donne sempre pettinate/truccate/tetteapunta anche dopo
una notte all’addiaccio, perfette macchine da cucina, devote allo zio
Matteo, pastore del paese, che nel pericolo si appiccicano una croce
sul petto e fanno le crocerossine. Pregevole il protagonista, fisico
nucleare para-obeso, con occhiali mai visti sullo schermo. Pregevoli
gli alieni, con tre dita, rigorosamente a ventosa, e con occhi in
tricromia. Abbastanza irritante la religiosità latente, ma come i più
sanno LGDM era un film strepitosamente di propaganda, in pieno
Maccartismo, contro gli atei russi, qui impersonati da inumani esseri
del pianeta rosso, appunto, che se ne infischiano di tutto e di tutti e
che inceneriscono pure, tra un boato di gioia di me e P, lo zio Matteo
– notoriamente omosessuale – che avanza, Bibbia in mano, nella speranza
di fermarli. Così Tetteapunta, nipote del tizzone ardente zio Matteo, e
CiccioFisicoNucleare possono scappare, ritrarsi in una fattoria,
cucinare 4 uova 4, smazzare un martian e tornare a los angeles, dove la
città è in macerie. Dove nascondersi? Ovvio, in chiesa. E prega, prega,
prega, prega, prega, prega, prega, prega, prega alla fine i marziani
muoiono, con uno zampino divino grande così. Il batterio killer non
perdona. CiccioOcchiale e TettinaSpina ora, senza lo zio Matteo, che
cenere era e cenere è tornato, ora possono copulare felici in un mondo
completamente distrutto e pregno delle radiazioni della superbomba
atomica. Copula che ti copula, CiccettoFisìcco e TettellaAguzza
arrivano fino ai giorni nostri, perché come si nota su imdb,
Spielberg li ha riesumati dal loro giaciglio di sale e spezie per dar
loro una parte nella Guerra dei Mondi attuale. Cameo o main role,
questo non so.

Speravo avesse chiamato anche zio Matteo, ma è morto nel 1969, quindi avrebbe dovuto riesumarlo proprio bene.
Concludendo, il film
è patetichello, e a differenza di altri filmoni coetanei, il suo mezzo
secolo lo dimostra tutto, però credetemi, la visione di un bel
classicone SF o horror degli anni 50, spalmati sul divano, irridendo
senza remore gli eventi narrati, è un vero toccasana per la coppia,
attanagliata dal logorio della vita moderna.

ps: perché poi il pedro sia morto a Los Angeles nel 1969 di attacco di cuore, possiamo solo immaginarlo, eh vecchio satanasso?

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Stra Wras

Ieri ho visto Star Wars, episodio III. Alcune considerazioni:

  • Non puoi fare un film dove non ci sia una che una
    scena in esterno reale, cazzo. Tutto è artifizio. Tutto è blue screen.
    Dopo un po’ ho iniziato ad addentare la nuca del tipo davanti. Verso la
    fine avrei pagato per vedere sullo schermo 10 secondi di prato
    spellato, di parcheggio della coop, di marciapiede di via Massarenti.

  • Yoda è millenario. Yoda è uno jedi. Yoda ne sa a tronchi.
Ok. Ma allora perché
cazzo non ha ancora imparato a parlare in italiano? Che è Dan Peterson?
Yoda è forse Dan Peterson? O Don Lurio? O Heather Parisi? O tutti e tre?

  • La medicina, all’epoca di SW, fa miracoli… ti riattaccano, ricostruiscono, completano.
Un Prozac per la ragazza proprio no? “Io, io… sono triste, ah. Moio.”
  • Ma soprattutto. Per due ore
    e mezza ho atteso con impazienza una certa cosa. Il film scorreva e mi
    ripetevo, ok, quasi ci siamo, adesso passa dall’altra parte, adesso lo
    sfigurano, adesso si metterà la maschera e finalmente la sentiremo.
    Tutti l’aspettavano. Io l’aspettavo, J l’aspettava e in fondo anche P
    l’aspettava. Tutti aspettavano quella fottutissima marcia imperiale. Ho
    appoggiato l’orecchio alla cassa dodecafonica del cinema per farmi
    dilaniare dalle onde, volevo diventare sordo, volevo sanguinare, volevo
    spargere i miei midiclorian sui presenti, sulle poltrone, sullo
    schermo. Volevo immolarmi alla forza. Così quando LF era sul tavolo
    operatorio ho iniziato ad aprire la bocca, e mentre la saliva mi
    gocciava sulla pancia, mi sono portato all’orecchio una tromba
    audiofona del 1907 e ho socchiuso gli occhi.
Pa. (inizia) Pa.
(lacrima) Pa. (finisce) Sbatto la tromba audiofona sulla nuca di cui
sopra e guardo, dopo appena tre sillabe di marcia imperiale, stanca e
sottotono, una specie di Frankenstein vestito da LF fa due versi e
strappa le catene.
Non diventerò sordo come sperato.
Il film finisce.
Lasciando un sapore acre in bocca. Si, carino, bellino, meglio delle
due merde precedenti… però, uff. Chi mi restituisce la marcia
imperiale? Chi mi restituisce l’erezione artistica che ebbi quando vidi
al cinema Luke e Han sfuggire a Jabba (non mio fratello, vabbè è una
storia lunga…) e gettare tutto e tutti nella bocca del mostro
mangione?


Esco dal cinema, canticchiando la marcia.
Un lightsaber balena nel buio, il mio braccio cade a terra.
Il tipo della nuca ritorna nell’ombra. Con un ghigno.

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