Bitter Shit Symphony

L’altra sera ero a vedere Mozart a teatro, cioè non proprio Mozart lui, intendo, ma qualcuno che suonava Mozart. C’era un signore con i capelli bianchi e una grossa pancia che agitava le braccia, sudando, e tutti suonavano. Io per contro conducevo una personale lotta contro il sonno: insaccato come un salume nel caldo abbraccio della poltrona tentavo di trattenere il filo di bava che scendeva dalla bocca. Ci provavo, ma niente, lui scendeva e io accompagnato dai violini che il signore sudato invitava a suonare, sentivo i miei pensieri staccarsi e cominciare a danzare, insieme alle pinguitudini del direttore d’orchestra, e danzare, ancora, mentre il filo scendeva dalla bocca e io scivolavo sempre più giù, e giù ancora e la mano della mia mente apriva lo schedario dei ricordi per pescare qualche episodio alla voce ‘violino’ che mi potesse guidare tra le braccia di Morfeo, dolcemente.
La scheda che fu estratta riportava i tag VIOLINO + MIGNOTTA + MADRE + SQUALLORE.
Così capì al volo l’episodio a cui si riferiva, senza neanche guardare la data.
Avevamo tutti vent’anni ed eravamo stati invitati, io e la mia ganga, ad una festa della quale sapevamo ben poco. Anche perché c’era poco da sapere. La festa era squallida, forse una delle più squallide di sempre, ad eccezione delle mie. La festeggiata compiva 18 anni, ma lasciate da parte la fantasia di epiche feste della maggiore età, qui era una merda poco diversa da una festa delle medie. L’unica differenza era che la festeggiata era un cesso, ma non paga di questo, forse pensando che qualcuno se la si sarebbe sifonata quella sera si era vestita da migna: stivale alto minigonna e poco altro. Imbarazzante. Io e la mia ganga non la conoscevamo quasi, quindi ovviamente oltre a non portare il regalo, nessuno di noi la degnava di parola, come del resto sembrava facessero tutti gli invitati. La gente si avventava sui dixie e cercava, vista l’assenza di birra, di distillare alcol dalle piante finte di quella squallida tavernetta. La gente mangiava le schifose torte fatte in casa e cercava canzoni decenti alla radio (io trovai Bingo dei Catch, che ricordi) ed era più il tempo che passava a fumare fuori dalla taverna, che dentro a interagire con la patetica festeggiata, costantemente in un angolo. La serata era decisamente da buttare e iniziavo a pensare che forse sarebbe stato meglio farle di nascosto un’iniezione letale, perché credetemi tutto questo squallido teatrino avrebbe ammazzato anche un elefante. Ma se pensavo che quello fosse il fondo, beh mi sbagliavo di grosso, era solo il piano -1: ad un certo punto gli incubi peggiori della povera reietta si fecero realtà, quando entrarono la madre e il fratellino di 5 anni vidi sul suo volto eccessivamente truccato la consapevolezza che sarebbe diventata lo zimbello di tutti. Ora la festa, o meglio quell’ammasso di persone annoiate, stava diventando grottesco… non c’era alcol, né cibo decente, solo una patetica festeggiata ignorata, una madre invadente e un ragazzino scassapalle che si aggirava tra le persone rischiando di venire malmenato.
A quel punto decidemmo di andarcene, ma quasi sulla porta fummo insospettiti dall’aria di cospirazione della madre e del fratello che si scambiavano occhiolini. Mi voltai e vidi un violino che fuoriusciva da un astuccio e la madre (gran faccia da cazzo, sia chiaro) non contenta di aver ulteriormente rovinato con la sua petulante presenza la già desolata festa dei 18 anni di sua figlia, decise di spingerla verso il suicidio, invitandola a suonare un pezzo di violino davanti ai suoi esterrefatti amici. La ragazza (non ricordo neanche il nome) arrossì e cercò di rifiutarsi, ma noi, bastardi e sfibrati da quell’insulso compleanno, che intravedevamo nel suicidio un tragico ma liberatorio epilogo, cominciammo a incitarla, falsi come giuda, dicendo che volevamo sentire un pezzo. Così la ragazza iniziò, e fu straziante. Questa, vestita da mignotta, attaccò Bitter Sweet Symphony, con la mano tremante dei timidi, e l’umiliazione fu totale. Dopo poche note la gente cominciò ad uscire, senza far rumore, prendendo le giacche e cercando di non farsi sentire dalla pazza madre che muoveva a ritmo la testa. La ragazza rossa come il sangue, iniziò a piangere sommessamente e le lacrime scendevano in lunghe strisce nere sulle sue guance. Il suono del violino continuava doloroso e tragico e lo sentimmo spegnersi in mezzo ai singhiozzi mentre salivamo in macchina.
Di quella ragazza non si seppe più niente.

Quando mi svegliai, nel teatro, avevo sul petto una chiazza bagnata.

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5 commenti »

  1. Mia madre è ingombrante e perfida quanto quella descritta ma i suoi metodi sono mooolto più insidiosi perché più sottili.

    Ho apprezzato il dotto e puntuale uso del verbo “sifonare”. E’ accostabile al modo di dire “quella ha una voglia che non sta dritta”, etc. etc. etc.
    Forse dovremmo scrivere all’Accademia della Crusca per salvaguardare tutto ciò…

  2. Gingerina said

    fantastico

  3. El Luchador Pepè said

    Meraviglioso. Purtroppo quella sera non ero della ganga… cmq veramente meraviglioso.

    Stranigiorni sei sempre il migliore.

    El Lucha

  4. MTT: il detto che suggerisci è davvero interessante. mi riservo di utilizzarlo prima o poi.

    GIN: grazie, immagino non sia tu quella della festa.

    LUC: purtroppo non hai potuto conoscerla. era amica della b|gini, ma fu scaricata dopo quella sera.
    ora è così: http://www.andante.com/images/Articles/JansenDeccaC250x313.jpg

    (se, se)

  5. p.s.v. said

    si poteva mica farsela, anche. così da farla del tutto

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