The last comet

Si insomma, era davvero decisa. Perché noi non avremmo dovuto averlo? Perché, santoddio?
Se lei lo aveva mancato, perché avremmo dovuto mancarlo anche noi? Mia mamma ancora non si capacitava di aver perso il grande evento… era il 69, l’uomo sbarcava sulla luna e lei dormiva canticchiando nel sonno Pomeriggio ore sei dell’Equipe 84 e il giorno dopo, mentre tutti ne parlavano scambiandosi abbracci da “noi si che lo potremo raccontare”, aveva giurato che avrebbe dato ai suoi figli un fottuto aneddoto da tramandare ai nipoti.
Così, fin dalla nostra nascita, aveva passato in rassegna giornali e riviste, alla ricerca di ciò che nei nostri ricordi si sarebbe trasformato nella Grande Notte. Ma nessun pianeta, nessuna tomba egizia, nessuna civiltà nascosta si accingeva ad essere palesata al mondo in una leggendaria diretta notturna. E meno che mai nessuna fottuta luna, andata per sempre in quella infausta notte.
Insomma non era una vita facile. Una volta una maestra aveva dato il tema “Chiedi ai tuoi genitori come ricordano il 20 luglio 1969”: prima mia mamma insistette perché scrivessi che non era accaduto nulla di importante, poi dopo qualche giorno la maestra sparì, e non venne più ritrovata.
Ma il destino si sarebbe presto compiuto.
Quella mattina mia mamma entrò in camera rossa in volto e mi gettò il giornale “Tutto il mondo ne parla.” Scorsi i titoli ma non capii… lei mi strappò il giornale di mano e mi mostrò un trafiletto in fondo a pagina 16. Cercai di obiettare che la rilevanza dell’articolo forse… ma lei mi zitti e lesse a voce alta “Questa notte la sonda Giotto attraverserà la coda della cometa di Halley. Prevista diretta notturna con Mino D’Amato”.
Era il 1986 e il mondo sarebbe cambiato per sempre.
Con folle lucidità cominciarono i preparativi che ci avrebbero portati alle soglie della Grande Notte: per prima cosa mia madre chiuse il negozio poi telefonò alle nostre scuole dicendo che non saremmo andati a scuola per una settimana, a cominciare da oggi. Davanti alla richiesta di spiegazioni di una professoressa, mia madre sbottò “Ma non li legge i giornali?”. Inutile dire che la professoressa sparì qualche giorno dopo e non venne più trovata.
A noi fratelli furono affidati compiti diversi: uno doveva recarsi in biblioteca a recuperare tutto lo scibile umano sulle comete… dovevamo essere preparatissimi, per capire ogni singola parola della lunga diretta e all’occorrenza essere pronti a telefonare in studio per correggere Mino D’Amato, acciocché la nostra voce rimanesse invischiata in eterno nella melassa della Storia. Un altro fu mandato a fare provviste, poiché mia madre prevedeva che la portata dell’evento avrebbe cambiato gli equilibri geo politici e il rischio di insurrezione era concreto.
Quanto a me, il mio compito era di preparare il necessario per la notte, comprese coperte, termos  di caffè, panini, bandierine e trombe da stadio. Quindi fui mandato dai parenti vicini a recuperare altri due televisori.
Verso le 17 mamma cominciò la preparazione: consegnò ad ognuno di noi una cartelletta che conteneva uno schema dei posti che dovevamo tenere sul divano e alcune dispense illustrate sulla cometa di Halley. Era tutto molto istruttivo. Poi iniziammo a vedere i tre televisori, ognuno su un tg diverso. Uno di noi domandò perché nessuno dei tre telegiornali riportasse la notizia, mia mamma ribattè stringendo un cuscino che erano notizie scomode e le sue nocche divennero bianche.
Verso le 22 eravamo tutti molto stanchi. Eravamo seduti da 5 ore e non potevamo muoverci con libertà. Anche andare in bagno non era agevole: dovevamo fare in fretta, perché la diretta avrebbe potuto iniziare da un momento all’altro. Cercavamo di non addormentarci mangiando cioccolata e bevande molto amare. Tuttavia nessuna diretta accennava ad iniziare.
Verso le 23 mio fratello prese il telecomando e girò su Colpo Grosso, ma i telecomandi furono sequestrati e lui fu punito con durezza.
Verso mezzanotte eravamo tutti addormentati e stava per crollare anche mia madre, quando una voce lontana e ovattata annunciava “… passiamo la linea… Mino D’Amato.. cometa…”. Mia madre urlò e saltando in piedi azionò la tromba da stadio, lasciandoci un fischio nelle orecchie in maniera permanente. Eravamo tutti in piedi. Ci scambiavamo occhiate dense di Storia, stringendoci in un unico abbraccio. Un eccitato Mino D’Amato parlava a caso, dalle tre tv, annunciando le immagini che sarebbero arrivate, in pochi minuti, dalla sonda.
Mi scappava da pisciare ma non potevo certo andare in bagno ora e poco dopo senti molto caldo alla gamba. Ma non mi vergognai, la scienza richiedeva anche qualche sacrificio.
Intanto Mino D’Amato annunciava che tra pochi istanti, ecc, scusandosi per l’attesa e vaneggiando sull’eccezionalità del collegamento e mia mamma cercava di tenere alta la nostra tensione con frasi epiche sul Vero Evento che avrebbe cambiato la storia, sul 13 marzo 1986 che avrebbe diviso il corso, ecc.
Verso l’una la tensione incominciava a calare e un Mino D’Amato con l’ascella sempre più pezzata aveva ormai finito le frasi fatte e le parole di scuse su sto cazzo di collegamento dalla sonda Giotto che ancora non arrivava e noi eravamo tornati seduti sul divano, orami stremati da questa doccia scozzese di emozioni.
Mia madre ogni tanto si allontanava per cercare di telefonare ai centralini Rai con la folle intenzione di comunicare con D’Amato in diretta, ma senza successo.
Verso l’una e mezza però, la specie umana per come la conosciamo era in procinto di raggiungere il suo apice: Mino D’Amato, ormai spettinato e irriconoscibile, farfugliò che il collegamento con la cometa era pronto. Mia madre si bloccò, con un filo di voce ordinò ‘Fermi’ e con pochi silenziosi passi si avvicinò alla tv.
Noi tutti avanzammo e ci mettemmo in ginocchio, perché niente potesse sfuggire al nostro sguardo. Ci saremmo fatti penetrare dalla sonda Giotto, come avide vestali della Scienza.
Lo schermo divenne scuro e una scritta lampeggiava in basso a destra ‘live from Giotto spacecraft”, in sottofondo Mino D’Amato ci chiedeva di attendere ancora qualche  istante.
Lo schermo rimase nero per mezzo minuto.
Scritta lampeggiante e sibilo di Mino D’Amato completavano il tutto. Nessuno di noi respirava. All’improvviso un luce biancastra comparve sul video, indefinita, un po’ tonda, giusto un paio di secondi.
Poi il collegamento si interruppe.
Riapparve il volto di Mino D’Amato, rigido e sfigurato dalla tensione. Con poche parole, pronunciate molto lentamente, comunicò che il collegamento era interrotto e che la diretta televisiva era terminata.
Un paio di secondi e il monoscopio Rai, anzi tre monoscopi, cominciarono a fissarci, senza troppo giudicare.
Noi restammo fermi ancora qualche minuto, respirando piano. Poi io chiesi: “Possiamo andare a letto?” e mia mamma senza guardarci rispose con voce rotta “si… certo, andate…”
Andammo a letto senza aggiungere altro.
Il giorno dopo, al nostro risveglio, la trovammo intenta a mettere ordine in soggiorno, tutta allegra. Sul tavolo della cucina faceva bella mostra un giornale che riportava il titolo a caratteri cubitali “COMETA!”. La scritta era visibilmente posticcia e sovrapposta al titolo del giorno.
Mi si strinse il cuore e la abbracciai, ricacciando indietro le lacrime, ma lei mi sorrise e mi disse: “Non piangere, questo è solo l’inizio.” E scostò le tende.
Fuori dalla finestra la città era in fiamme.

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Il segreto di Stefania

Beh, si, non è che uno può rimettersi a scrivere così dopo 3 anni. Io non volevo, infatti.
Ma poi qualcuno. Beh.
Qualcuno mi ha detto “Sai, l’ha fatto di nuovo.”
E ho capito che Stefania Sandrelli aveva oltrepassato il limite. La sua senilità impazzita l’aveva portata costruirsi mondi paralleli e qualcuno doveva intervenire.
Stefania Sandrelli, dopo l’ennesimo ruolo al cinema di mamma un po’ in crisi di figlia 40 enne, che è un po’ in crisi, ma che alla fine si riabbracciano tutte e due e qualcuno canta, lei canta, la figlia canta, ha iniziato a pensare di aver bisogno di calcio e che tutti ne avessero bisogno, e così sul set aveva iniziato ad infilare nelle tasche delle persone dei pezzi di formaggio, e così l’hanno mandata in analisi.
Ma lei no, lei non poteva, non doveva, non capiva. Doveva solo mangiare calcio. Assumere calcio. Amare calcio. Pensare calcio. E non importava che il sovraccarico di calcio provocasse urine acide, stipsi,  gastralgia, stanchezza, sonnolenza, palpitazioni, calcificazione dei tessuti molli, reni, pancreas, cornee, alveoli polmonari, arterie, articolazioni. Lei doveva mangiare calcio e aveva fondato una combriccola di signore un po’ così che mangiavano calcio tutto il giorno. Nel latte, nel formaggio. Nelle pastiglie. Nel calcio.
E a fine giornata, lei sacerdotessa di sto Gran Calcio, le sferzava con la biblica verga fatta di mozzarella filata rafferma e le incitava a assumere calcio, sempre di più e ancora e ancora. E loro si contorcevano, nei loro tailleur pastello sporcati da grandi macchie di squacquerone, invocando l’elemento chimico di numero atomico 20. No. Non era un bello spettacolo, a vedersi.

Così un giorno decisi di seguirle, beffardo, durante i loro giri. E ad ogni angolo di strada si avventavano con inaudita ferocia su falliche forme di grana che estraevano dalle borsette e i passanti cambiavano marciapiede. Non c’era dignità in loro e nei rivoli di latte che scendevano dai loro volti trasfigurati.
Entrarono così una macelleria e, guarda un po’ tirarono fuori, come si fa sempre nelle macellerie d’altronde, uno yogurt ad altissimo contenuto di calcio.

Si. Dovevate vederle, come erano felici. Tutte e tre.
Avevano comprato lo yogurt in rete, con una carta di credito clonata, a nome Stefano Sandrella, poiché il prodotto era vietatissimo in occidente. Ogni cucchiaio era equivalente a 8 forme intere di parmigiano reggiano, invecchiato 16 anni, in botti foderate di calcio.
Ma dovevo fare qualcosa, spegnere i loro sorrisi, ormai paralizzati.

Mi avvicinai e sussurrai sottovoce “Signore, scusate. Avevo appoggiato qui le mie confezioni di yogurt a bassissimo contenuto di calcio, le avete viste?”

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L’uomo che divenne pannocchia

La vita, si sa, è come questo blog. Magari si ferma per sei mesi, poi se ne esce con un cazzata.
E la gente mormora. E pensa che alla fine era meglio tacere per sempre.
Ma questa è una storia triste. Una storia che va raccontata.
Perchè questa è la storia dell’uomo che divenne pannocchia.
Cominciò per caso, come accade spesso, che Franco pensasse che le pannocchie che faceva sua moglie erano proprio buone.
Così, mangiandone una dopo l’altra, tra lo stupore dei suoi figli, pensò che la vita era stata proprio gentile con lui. La buona sorte aveva steso la mano gialla sul suo capo.
E ora poteva godersi proprio un sacco di pannocchie. Arrivò persino a pensare che avrebbe potuto mangiare pannocchie in eterno, tanto gli piacevano.
Avrebbe, se possibile, mangiato cento mille pannocchie. E non si sarebbe stancato mai.
Si ritrovò desiderare che tutto il cibo mangiato d’ora in avanti, avesse un sapore di pannocchia. Ma sfortunatamente mentre lo pensava, stava accarezzando un antico busto etrusco dotato di poteri magici, come quelli che ogni tanto si trovano in giardino. E così il suo strano desidero divenne realtà. Da quel giorno Franco, qualsiasi cosa mangiasse, sentiva il sapore di pannocchie.
Latte e biscotti, pannocchie.
Spaghetti al pesto, pannocchie.
Bistecca, pannocchie.
Pannocchie, pannocchie.
Sulle prime fu felice. Ma poi no. Al quarto giorno iniziò a rompersi il cazzo di sentire sempre sapore di pannocchie. Ma non sapeva come fare.
Dopo una settimana, rifiutando un piatto di pannocchie davanti agli occhi tristi di sua moglie, iniziò a temere per la sua vita e pensò ‘non starò diventando una pannocchia?’, ma mentre lo pensava, stava accarezzando un antico busto etrusco dotato di poteri magici e così sentì le sue mani indurursi e farsi gialle.
Per prima cosa gettò via il cazzo di busto etrusco poi pensò che questo era un po’ stronzo visto che non era stato proprio un desiderio. E comunque le sue mani ormai erano due pannocchie.
Grosse e invitanti pannocchie. Ne mangiò un pochino e le trovò ottime.
Con qualche difficoltà si levò le scarpe, visto che gli prudevano i piedi e con qualche perplessità notò che non aveva più i piedi. Ma, indovinate, pannocchie.
Poi fu il turno degli avambracci. E tutto il resto. Gambe e braccia. Poi si tolse le mutande. E notò con una punta di tristezza che vi era la pannocchia più piccola di tutte.
Ma non ebbe tempo per corrucciarsi, poichè in brevi istanti di lui non rimase che un mucchio di pannocchie sul pavimento.
Sua moglie le raccolse e le arrostì. Aspettò il marito per giorni, poi recuperò l’antico busto etrusco dotato di poteri magici e con esso divenne bella e ricca.
Questa è la storia di Franco, l’uomo che divenne pannocchia.
La vita è tutta qui, un desiderio azzardato, un silenzio prolungato.
E un busto etrusco.

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Porn Flakes

Lo so bene.
È inutile che guardi.
Ma non troverai mai frasi del tipo “ehi è molto che nn skrivo” perché stranigiorni anche quando non scrive il blog, scrive parole nel suo cuore. Parole di verità. Parole per un mondo migliore. In realtà – e qui parte il post – tutto accadde quella sera, tornando a casa stanco dal lavoro. Solita fermata dell’autobus, strada buia. Fredda. Pochi passi verso casa. E all’improvviso, un pugno in faccia. Un uomo enorme, con il volto coperto, mi chiede il portatile. Mi guardo in giro, nessun passante. Finestre chiuse. Un gatto mi guarda e scappa. Sputo un po’ di sangue. L’uomo enorme fa cenno di alzarmi e dargli la valigetta. Io tentenno, perché cazzo, mille euro varranno un pugno il faccia e indietreggio di qualche passo. L’uomo enorme si volta e da dietro un cassonetto esce un altro uomo, scuro, un po’ meno enorme ma sempre enorme. La lama nella sua mano, scintilla della luce dei lampioni.
Ora Pugno e Lama mi sono davanti e penso che mille euro valgono un pugno in faccia ma forse non una slamata, così mi interrogo su quale sia il punto di guadagno, ma mentre sto aprendo la valigetta per accendere il portatile con cui calcolare se dare o meno il portatile, un cellulare, quello di Lama, suona. La Macarena. Neanche polifonica. Macarena schietta, da nokia 1100. Lama e Pugno si guardano, mente la Macarena esegue ciclicamente i suoi mono-toni. Poi mi guardano, ma faccio intendere chiaramente che la decisione spetta solo a loro. Così Pugno, decisamente il capo, e decisamente il più enorme, fa cenno con la testa a Lama di rispondere. E così Lama si toglie il cappuccio e rivela ai miei occhi di essere Emanuela Folliero. Controlla, strizzando gli occhi, il telefonino, poi pigia un pulsante e la Macarena tace. Io e Pugno aspettiamo che risponda, ma lei fa un risolino di scuse e ci annuncia che si è sbagliata e ha messo giù. Io guardo Pugno e Pugno guarda in cielo sbuffando. Io guardo Emanuela Folliero e mi chiedo perché mi stia rapinando, quando ad un certo punto riparte la Macarena. Emanuela Folliero guarda Pugno e Pugno si toglie il cappuccio bestemmiando, ma soprattutto rilevando ai miei occhi di essere Roberta Capua. Cristo santo, esclama Roberta Capua, dovevi proprio portare il cellulare? Ma Emanuela Folliero non sa cosa fare, e la Macarena si estingue, senza risposta.
A questo punto IO non so che fare e soprattutto mi chiedo perché Emanuela Folliero e Roberta Capua mi stiano rapinando, così dico: scusate, ma perché mi rapinate? E Roberta Capua, che era Pugno, mi guarda severa e fa: ma mi hai visto?
E in effetti noto in quel momento che è grassa come un vagone merci. Poi Roberta Capua riprende: hai visto? Allora? Che dici? Sono una montagna di adipe, la gravidanza mi ha sdoppiato, le mie trasmissioni sono state censurate. Così Emanuela Folliero mi da una mano… anche lei è incinta e anche lei è enorme.
Emanuela Folliero, che era Lama, a quel punto interviene e dice: si siamo enormi, siamo incinte.
Ma questo intervento non aggiunge niente a quanto già non sapessi, così lo catalogo come ininfluente, poi prendo il portafoglio e allungo loro 10 euro, dicendo che è tutto quello che ho. Le due donne, avide, si contendono il foglietto e Roberta Capua dice: ti sta suonando il cellulare. Così Emanuela Folliero lascia la presa e viene spernacchiata da Roberta Capua.
Mi aggiusto la cravatta, idealmente, saluto e vado verso casa.
Mentre mi allontano una Macarena viene inghiottita dai suoni della città.

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L’arte dello Yoga e il peto vaginale

Ogni uomo ha un punto debole, un tallone d’achille che può far crollare le sue difese come un castello di carte. E anche io non mi sottraggo a questa logica. Dietro la sicumera a tratti spavalda del blogger maledetto, è nascosto un uomo vulnerabile, pronto a cadere in ginocchio privo di favella a fronte di mascarpone e inviti gratis.E questo serve forse a spiegare, soprattutto a me stesso, il motivo per cui accettai quel maledetto giorno di andare con P ad una lezione di Yoga gratuita. Il lettering orientale era invitante “Lezione di prova gratuita su prenotazione! Scopri te stesso con lo Yoga!” e la parola ‘gratuita’ era decisamente più grande delle altre. Così, incapace di opporre resistenza ad una cosa profferta con così tanta veemenza (c’erano 2 punti esclamativi!), presi il telefono e siglai l’accordo per quella sera stessa: io e P saremmo entrati mano nella mano nel magico mondo dello Yoga gratuito.
Arrivammo al Centro M……. con un leggero ritardo, ed entrando nello stanzone preposto. La cosa che notai per prima furono le scarse condizioni igieniche, la piccola palestra era maleodorante e scarsamente illuminata. Dieci, quindici copri immobili erano a terra, in posizioni anormali, su materassi cenciosi. I loro volti erano cerei e sfigurati.
Fummo subito apostrofati dall’insegnante, una donna con pochi capelli, per il nostro ritardo e inviati a sistemarci nei due posti davanti. Mentre avanzavamo alcune mani mi sfiorarono e un sottile lamento mi giunse più volte all’orecchio.
Mi sdraiai per terra e l’insegnante sussurrò sottovoce di assumere la posizione del Farhasaana. La gente iniziò ad intrecciarsi come ceste di vimini umane e sinistri scricchiolii di articolazioni provenivano un po’ da ognuno. Mi voltai verso P, era bianca in volto. L’insegnante si alzò e venne verso di me, mi sussurrò alcune frasi con la parola ‘armonia’ e preso il mio braccio iniziò a piegarlo in maniera innaturale. Provai a spiegarle che mi ero operato alla spalla, ma con uno schiocco tutte le mie cartilagini saltarono e mi ritrovai il braccio formicolante e caldo pendere dal corpo, privo di sensazioni.
L’insegnante mi sussurrò alcune frasi con la parola ‘equilibrio’ e tornò al suo posto. Poi disse che potevamo ritornare in posizione normale. Con qualche gemito la gente si ricompose, tutti tranne uno. Un vecchio signore iniziò a frignare, squadernato come una vecchia rivista. L’insegnante si alzò, pronunciò alcune frasi con la parola ‘proporzione’ e schiacciò un grosso pulsante rosso sulla parete. Da una porta entrarono due uomini di colore, vestiti con trasparenze azzardate, che imbracciato il cartoccio umano lo portarono fuori.
Sua moglie si morse il labbro per non piangere.
L’insegnante poi si sedette nuovamente sul suo logoro tappeto e invitò la platea con un filo di voce ad assumere la posizione del Rohnadasana, quindi aggiunse che, vista la disposizione della figura, si sarebbero potuti verificare nelle donne dei piccoli peti vaginali. Invitò tutti a non avere timore di ciò, rassicurando sulla normalità del fenomeno e augurandosi che questo non avrebbe compromesso la distensione yogica.
Presi il mio braccio privo di vita e lo portai dietro la schiena, come un vecchio sacco e mentre mi accingevo ad iniziare la figura, iniziai a sentire un sommesso scoppiettio: prit prot prot. Decine di peti vaginali, come fuochi fatui organici, si alzavano al cielo.
Accennai un sorriso, che morì subito: l’insegnante, accortasi della mia reazione, stava venendo verso di me. Pronunciò alcune frasi con ‘concordanza’ e mi chiese se trovavo così divertenti i peti vaginali. Abbassai gli occhi e non risposi.
La donna tornò al suo giaciglio e schiacciò il pulsante rosso. Gli eunuchi muscolosi entrarono e mi presero. La loro baldanza sotto le trasparenze non faceva presagire nulla di buono.
Urlai all’insegnante alcune frasi con la parola ‘puttana’ e improvvisamente si fece buio. Mi svegliai qualche giorno più tardi, con la parola Muhammad tatuata sul braccio.

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double features

Fiamma e diaframma, recensione.

Una stanza bianca, una corda. Che fine ha fatto l’attivismo viennese? sembra chiedersi Franz Schiller, ormai vecchio e stanco, mentre annoda il cappio.
Così si apre “Fiamma e diaframma”, unico film di Amedeo Fortini, girato – non senza difficoltà – nel 1976. Da molti considerato la risposta meno utopistica a Blow Up, ha sempre rappresentato uno scoglio per chi si accinge a collocarlo all’interno del cinema dell’epoca: i colori, la fotografia, la sceneggiatura sincopata, tutto sembra essere in antitesi con le correnti cinematografiche e stilistiche degli anni 70.
La trama è nota: il giovane fotografo Schiller si avvicina al mondo dell’attivismo viennese, che negli anni settanta vedeva il suo corso divenire sempre più estremo, poiché prossimo alla fine, quando dopo alcuni episodi formativi, decide di andare oltre, a suo modo, negando sé stesso in un modo crudo che rapidamente lo porta a quella che è considerata la scena madre del film, il lancio della sua macchina fotografica Canon AE1 (prima fotocamera con rudimentale microprocessore, chiave di lettura tutt’altro che casuale). Il lancio tormentoso, quasi organico, di una parte di lui, tecnicamente ineccepibile (uno split screen ante litteram) che è passato alla storia del cinema italico come un piccolo capolavoro. La macchina, come sappiamo, non giungerà mai al suolo, e questo scatenerà nel protagonista una serie di reazioni, paradossalmente più vicine all’attivismo viennese ora che non quando ne era un seguace, reazioni che rapidamente lo porteranno al declino e infine alla morte per sua stessa mano, nella stanza della sequenza iniziale, da cui il film, un cupo flashback, ha origine.
Difficile dire, senza essere banali, che cosa ha significato all’epoca questo film: uno scomodo fardello, soffocato dalle vicende legate alla sua realizzazione: dalle censure in odore di maccartismo all’ostracismo della stessa area comunista in cui il film era maturato. Certo è che trent’anni dopo, con lucidità, possiamo vedere distintamente i contorni di questo episodio di meta-cinema: il film, nel suo spezzare i canoni, non voleva dare risposte, ma piuttosto essere la risposta.
Questo è quindi “Fiamma e diaframma” oggi, un insegnamento, ma anche un più ampio monito a non dimenticarsi consciamente o meno di questo cinema, scomodo ma proprio per questo prezioso. Fortini ha pagato sulla sua pelle un coraggio forse dovuto all’ingenuità dell’esordiente (non era un regista vero, piuttosto un tecnico prestato al cinema), e ha continuato a pagare fino alla sua scomparsa, nel 2002, consumatasi dell’indifferenza. Certo è un po’ triste che un personaggio così, debba venir omaggiato all’estero (un personaggio in Kill Bill si chiama Franz Schiller) e non in patria, non nella sua Roma, la città aperta, che ad esclusione di qualche passaggio nei cineclub ha sempre sbarrato le porte a “Fiamma e diaframma”.
E’ doveroso concludere con le parole che Fortini amava ripetere: “Tutti dovrebbero aver la possibilità di fare film, ma non tutti dovrebbero avere la possibilità di guardarli.”

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strani reloaded

la gallery è aggiornata.
accattatevilla. sulla destra.

in realtà le foto sono sempre frustamente quelle. cambia un po’ il layout e questo dovrebbe costringermi ad aggiornarle più di frequente.
la foto in home è sempre la recente. c’è anche scritto.

già che ci siete cliccate un po’ di pubblicità qui a dx, sono fermo a 19 dollari da mesi.

quando arrivo al payout di cento dollari, do una festa a base di viagra e orzoro.

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