Archivio per esperienze

M!

Martedì ho usato i Miracle Blade per la prima volta.
Ieri è nata mia figlia, M.


Quante emozioni!


 

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solaris

Domenica, grazie all’ora solare, ho dormito un’ora in più.

Poi ho sistemato tutti gli orologi della casa e ho perso un’ora e mezza.

 

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La sposa turca

Oggi un post senza parolacce, liquidi organici, climax, kleenex, sangue, escrementi, espedienti.

Oggi un post senza niente. Pulito. Bianco. Dai tratti di un eunuco. Cieco e sordo.

Entro nella camera stagna e accendo le luci al neon. La stanza è spoglia e asettica. Mi svesto, faccio le dovute abluzioni, mi asciugo castamente con un telo di lino e mi sdraio, nudo, sul freddo tavolo di acciaio. Fisso il soffitto e penso ad un argomento.

Ok. Vai.

 

Niente.

Chiudo gli occhi. Ripenso ai blog che leggo. Ai post che ammiro per l’eleganza, per le percezioni, per l’acume. Mi piacerebbe dire qualcosa di sensato. Di politico, di memorabile.

Stringo le chiappe, e cerco di frugare nella mente alla ricerca di un argomento. Vorrei parlare di amore. Di sesso. Di Dio. Ma cazzo, trovo solo stronzate, come i miracl3 blad3.

Il tempo sta scadendo. Ho acquistato 10 minuti di pensatoio. Tra poco verranno a chiedermi di uscire.

Pensa, M, pensa.

 

Niente, non riesco. È la stessa storia di quando devo pisciare nei cessi a parete. Qualcuno sta aspettando che io finisca? Ok, blocco totale.

Questo pensatoio è una vera merda. Il tempo è scaduto ormai.

Mi alzo sui gomiti. Vedo un cartellino all’alluce: “Strani Giorni”.

I neon si spengono. Uno ad uno.

Non si sta poi così male.

Qui.

 

 

PS:

Andate a vedere il film che cito del titolo. Ha vinto l’orso d’oro ed è un ottimo film, con un’ottima colonna sonora. Tra l’altro ho scoperto che la bella attrice protagonista, Sibel Kekilli, ha un passato da pornostar e da impiegata comunale.

Considerando che ha 23 anni direi che di cose ne avrebbe parecchie da scrivere, lei.

 

Più che altro per l’impiego comunale.

 

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here’s where the story ends

Ieri è stata una di quelle giornate che vorresti ti avessero sparato in mezzo agli occhi al momento del risveglio, con fucile automatico calibro 12 modello Black Eagle, con canna magnum da 70 cm con strozzatori interni, la cui pallottola ti avrebbe trapassato il cranio dall’osso frontale a quello occipitale, spappolandoti il cervello in 1/10.000 di secondo, restando sotto la soglia delle sinapsi umane. Non ti saresti accorto di nulla. Il tuo mondo sarebbe collassato e la tua partita sarebbe finita.

Ma quando è suonata la sveglia, alle 5.30 del mattino, P stava dormendo. E non avevo nessun fottuto fucile puntato in faccia.

C’era solo freddo e buio. E nel mio stomaco un gas premeva. Un gas chiamato PDR.

Peto del risveglio. Una sorta di arma di difesa contro il freddo.

“Devo andare a Padova.”, ho pensato, stringendo le chiappe per portare il PDR fuori dalla stanza, poi ho raccolto i miei anonimi vestiti, dato un’ultima occhiata alla stanza e sono partito.

Lungo il tragitto io e PDR, ancora dentro di me, come un sinistro prometeo, abbiamo chiacchierato a lungo, ascoltando infotraffico e Nicoletti, abbiamo fatto colazione in autogrill (lui ha preso 3 cornetti!) e abbiamo raggiunto Padova, dopo aver sbagliato strada 2 volte.

Arrivati dal cliente, è iniziato l’inferno. Non andava un cazzo. Tutte le macchine, i robot, Asimov, i palmari, i router, i server si erano animati, e calatosi le braghe, avevano iniziato a spiegarmi la loro versione dei fatti. Tutto era diventato il contrario di tutto. A fine giornata io e PDR eravamo all’angolo, come pugili suonati, e su di noi si abbatteva la gragnola di schiaffoni che competono i falliti. La debacle era stata totale. Alle 20 mi sono alzato dolorante e ho chiesto una firma sul foglio lavoro. Mi hanno sputato.

Quindi ci siamo messi in macchina, attenti a non sporcare di sangue i sedili pregni di fumo stantio e abbiamo imboccato la rampa sbagliata (non vedevo più da un occhio).

Alle 23 siamo a casa: entro in sala e do il mio rumoroso addio a PDR. Ho deciso di lasciarlo andare.

Poi saluto P.

“Com’è andata?”, mi chiede dandomi le spalle.

“Benino.”

Un rumore. E non vedo più nulla.

 

PDR ora sta piangendo e prima di dissolversi guarda P mentre soffia alla canna del fucile.

 

Fade out.

 

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cono d’ombra

La mia mente è dentro un cono d’ombra, artisticamente parlando.

Ogni pensiero che ne esce in questi giorni è grigio e ruvido. Sarà colpa della lana di vetro, che fuoriesce dalle contorte strutture metalliche del mio ufficio e che avvolge la mia testa come un turbante? O forse degli ottani velenosi che inalo tutto il giorno, sprigionati dal distributore di cherosene industriale qui sotto, che trasforma l’ambiente per odori e rumori in una frequentata banchina del porto di Piombino? O forse le piccole scosse elettriche che mi guadagno toccando i cavi del pc, specie quando toccano il pavimento, sempre bagnato da pioggia residua (le lastre di eternet sul tetto sono crepate) o caffè rovesciato.

Non so. Dalla mia scrivania guardo i miei colleghi. Sono pallidi e hanno sempre mal di testa.

Mi accendo un sigaretta.

“Cazzo fai? E’ vietato fumare!”

“Maleducato.”

“Bravo, facci ammalare a tutti, eh?”

“Io il cancro per te non me lo voglio prendere, sai?”

 

Tiro l’ultima boccata e tossisco piano. Spengo la cicca su una parete.

Tanto è d’amianto.

 

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