Quando ero bambino la mia famiglia non navigava in buone acque: eravamo in cinque, poi c’erano mutui e cani, non in quest’ordine, che impensierivano i miei genitori. Così, quando capitava che mio padre diceva: sceglierò
uno di voi figli e oggi pomeriggio lo porterò al cinema, tutti noi sentivamo che quello sarebbe stato il nostro giorno fortunato. Purtroppo io finivo sempre con un labbro rotto e al cinema andava sempre qualche altro fratello, che aveva il gomito sporco di sangue. In quei casi andavo nella mia stanza e iniziavo a fissare una sedia, finché questa non spariva.
Dopo un paio d’ore, mio padre e il fratello fortunato tornavano ridendo e dandosi vigorose pacche sulle spalle. Il suo gomito non era più sporco. La cena poi veniva consumata mangiando toast ascoltando la parte fortunata della famiglia che si raccontava ridendo divertentissime scene del film. Ma a noi non facevano molto ridere, forse perché non le avevamo viste e così osservavamo pezzi
di toast che cadevano dalla loro bocca mentre ridevano.
Tutto questo accadeva una volta ogni due mesi. Gli altri giorni erano normali e quando si cenava mangiando toast nessuno rideva e i pezzi di toast non cadevano dalle nostre bocche.
La mia giornata fortunata venne due volte: la prima non fu molto fortunata, la seconda all’inizio tantissimo, poi pochissimo, infatti fu il giorno in cui divenni pazzo e gli strascichi di quella volta ancora mi perseguono.
Questo è il racconto della prima volta.
Prima volta.
Quando mio padre disse che avrebbe portato me a vedere ‘la storia infinita’ ero un po’ perplesso. Perché aveva scelto me e non un altro fratello? Feci spallucce e mi dissi che in fondo non c’era motivo di preoccuparsi e che nulla sarebbe andato storto: infilai il cappotto, felice, e pregustai i toast serali e i pezzi di toast caduti sul tavolo dal troppo ridere.
Arrivammo davanti al cinema e mio padre parcheggiò la Fiat 131 verde, camminammo nella neve fino all’entrata, ma con sgomento ci accorgemmo che ‘la storia infinita’ era già finita.
Il cartellone del cinema reclamizzava ‘pizza connection’, un film con Michele Placido.
Mio padre disse qualcosa sottovoce, ma non gli chiesi di ripetere. Capii che la mia giornata fortunata stava finendo in cenere e mi venne molto caldo, pensai ai miei toast sul tavolo e proposi timidamente che magari potevamo andare a vedere quello.
Mio padre senza rispondere tornò alla Fiat 131 verde e accese il motore. Lo raggiunsi in fretta e salii senza dire nulla. 
Quando tornammo a casa, 20 minuti dopo, il resto della famiglia chiese che cosa era accaduto, mio padre non rispose e allora io, con un fil di voce, sussurrai cercando di non piangere “no ci siamo divertiti un sacc…” e cercai di dare una pacca sulle spalle a mio padre, ma lui si spostò.
Così andai in camera mia e mi sedetti sul letto ad osservare la sedia, fino a che non sparì.
Questa fu la mia prima volta fortunata, ma di fatto non si rivelò molto fortunata.
Quella sera nessuno rise, a tavola.
Pensai che potevo far cadere di proposito dalla mia bocca dei pezzi di toast, ma forse non era una buona idea, quindi non lo feci.
Quindici anni più tardi il regista di Pizza Connection filmò Alex l’Ariete.

