Due anni fa, la domenica pomeriggio, che facevo? Boh? Andavo al cinematografo, o a fare una passeggiata, o a giocare a calcio. Insomma cose normali, noiose. Poi è nata M ed è come se mi fosse arrivato per posta un free pass per i migliori eventi in circolazione. E quando dico migliori, dico esclusivi. E quando dico esclusivi, dico tipo che se si presenta paris hilton la prendono a ceffoni.
Così la mia gold card per l’humus nascosto e inverecondo di questa società brilla ogni domenica pomeriggio, e ogni volta io godo come un titano, perché ogni cazzo di domenica io mi immergo fino al collo nella maleodorante melma sub-trash delle attività cittadine per bambini.
Domenica, ad esempio, sono finito dal Mago Marko.
Giunti nell’edificio, un po’ in ritardo, mi aspetto di sentire applausi e risate, ma uno strano silenzio permea i corridoi. Vedo una porta. E un cartello: solo per ogi, il Mago Marko. (sic)
Apro la porta, e siamo investiti da una corrente di aria calda e puzza di bambino sudaticcio. Il colpo d’occhio è agghiacciante: per terra sono ammassati 50 bambini, accaldati e rossi in volto. Davanti ai bambini un uomo vestito di nero. Dietro l’uomo una vecchia.
L’uomo, capisco, è il mago Marko, la vecchia è sua madre, vestita come una duchessa a bordo del Titanic, con grossi occhiali scuri e una pettinatura alta 50 cm.
M mi chiede di tornare a casa, ma il mio cuore batte ormai a mille: non mi perderò questo spettacolo per nulla al mondo. Il mago Marko, fondamentalmente, è un delinquente croato che si è inventato mago per sfuggire alla giustizia, non si capisce altrimenti il perché dei sui trucchi datati e privi di fascino: nessun bambino infatti ride o applaude ai suoi giochetti, complici anche i 70 gradi che persistono all’interno della sala. Lui ci prova, usando strumenti del kit del mago di Silvan del 1983, insomma non si risparmia, ma niente. La platea non si infiamma. La vecchia per contro conduce una lotta solitaria contro il caldo africano e il pesante trucco sul suo volto è ormai completamente sciolto: ormai sembra una spaventosa maschera voodoo. Marko ce la mette tutta e prova trucchi su trucchi, intervallandoli con bestemmie croate all’indirizzo dei bambini che si stanno slogando la mascella a forza di sbadigli. Neppure quando inizia a raccontare della amicizia con harry potter la platea ha un sussulto, ormai l’attenzione di tutti è rivolta, con timore, alla totemica madre ormai trasfigurata che campeggia alle sue spalle.
Ad un certo punto Marko chiede un volontario, ma i bambini si ritraggono e molti si mettono a piangere, cosi ne prende uno, tirandolo forte per un braccio, vincendo la forza del genitore che lo tirava dall’altro. La madre-spettro avanza lentamente e i brividi scuotono le schiene di molti: con un accento à la Lugosi annuncia il Gran Finale.
Porge, non si capisce il motivo, al bambino un paio di occhiali finti, di quelli con il naso finto e i baffi e gli chiede di indossarli. Lui ci prova, ma appena li tocca, questi si rompono. La platea, nervosamente, scoppia a ridere di quell’improvvisato sketch e come in un moto liberatorio inizia a tirare pop corn all’indirizzo del menagramo croato, dello spettro zulu e del malcapitato bambino.
Non l’avessero mai fatto. Il mago, raggiunto in volto dai pop corn, inizia a urlare, mentre la madre recita con voce profonda parole sconosciute. Molto fumo si inizia in intravedere in sala e un tremito scuote il pavimento. Uno squarcio profondo si apre sotto i nostri piedi e molti bambini e genitori vengono inghiottiti. Io, M e P raggiungiamo correndo l’uscita, mentre le fiamme iniziano ad avvolgere l’edificio.
Saliti in macchina parto sgommando, mentre osservo dallo specchietto il palazzo che crolla.
Guardo M e le chiedo se il mago le è piaciuto: lei mi guarda e cerca di dire qualcosa tipo vaff, ma non capisco bene, così le accarezzo la testa pensando ‘ah, questi piccini’ e accendo la radio, pregustando già i burattini di domenica prossima.
Così la mia gold card per l’humus nascosto e inverecondo di questa società brilla ogni domenica pomeriggio, e ogni volta io godo come un titano, perché ogni cazzo di domenica io mi immergo fino al collo nella maleodorante melma sub-trash delle attività cittadine per bambini.
Domenica, ad esempio, sono finito dal Mago Marko.
Giunti nell’edificio, un po’ in ritardo, mi aspetto di sentire applausi e risate, ma uno strano silenzio permea i corridoi. Vedo una porta. E un cartello: solo per ogi, il Mago Marko. (sic)
Apro la porta, e siamo investiti da una corrente di aria calda e puzza di bambino sudaticcio. Il colpo d’occhio è agghiacciante: per terra sono ammassati 50 bambini, accaldati e rossi in volto. Davanti ai bambini un uomo vestito di nero. Dietro l’uomo una vecchia.
L’uomo, capisco, è il mago Marko, la vecchia è sua madre, vestita come una duchessa a bordo del Titanic, con grossi occhiali scuri e una pettinatura alta 50 cm.
M mi chiede di tornare a casa, ma il mio cuore batte ormai a mille: non mi perderò questo spettacolo per nulla al mondo. Il mago Marko, fondamentalmente, è un delinquente croato che si è inventato mago per sfuggire alla giustizia, non si capisce altrimenti il perché dei sui trucchi datati e privi di fascino: nessun bambino infatti ride o applaude ai suoi giochetti, complici anche i 70 gradi che persistono all’interno della sala. Lui ci prova, usando strumenti del kit del mago di Silvan del 1983, insomma non si risparmia, ma niente. La platea non si infiamma. La vecchia per contro conduce una lotta solitaria contro il caldo africano e il pesante trucco sul suo volto è ormai completamente sciolto: ormai sembra una spaventosa maschera voodoo. Marko ce la mette tutta e prova trucchi su trucchi, intervallandoli con bestemmie croate all’indirizzo dei bambini che si stanno slogando la mascella a forza di sbadigli. Neppure quando inizia a raccontare della amicizia con harry potter la platea ha un sussulto, ormai l’attenzione di tutti è rivolta, con timore, alla totemica madre ormai trasfigurata che campeggia alle sue spalle.
Ad un certo punto Marko chiede un volontario, ma i bambini si ritraggono e molti si mettono a piangere, cosi ne prende uno, tirandolo forte per un braccio, vincendo la forza del genitore che lo tirava dall’altro. La madre-spettro avanza lentamente e i brividi scuotono le schiene di molti: con un accento à la Lugosi annuncia il Gran Finale.
Porge, non si capisce il motivo, al bambino un paio di occhiali finti, di quelli con il naso finto e i baffi e gli chiede di indossarli. Lui ci prova, ma appena li tocca, questi si rompono. La platea, nervosamente, scoppia a ridere di quell’improvvisato sketch e come in un moto liberatorio inizia a tirare pop corn all’indirizzo del menagramo croato, dello spettro zulu e del malcapitato bambino.
Non l’avessero mai fatto. Il mago, raggiunto in volto dai pop corn, inizia a urlare, mentre la madre recita con voce profonda parole sconosciute. Molto fumo si inizia in intravedere in sala e un tremito scuote il pavimento. Uno squarcio profondo si apre sotto i nostri piedi e molti bambini e genitori vengono inghiottiti. Io, M e P raggiungiamo correndo l’uscita, mentre le fiamme iniziano ad avvolgere l’edificio.
Saliti in macchina parto sgommando, mentre osservo dallo specchietto il palazzo che crolla.
Guardo M e le chiedo se il mago le è piaciuto: lei mi guarda e cerca di dire qualcosa tipo vaff, ma non capisco bene, così le accarezzo la testa pensando ‘ah, questi piccini’ e accendo la radio, pregustando già i burattini di domenica prossima.

