Archivio per Novembre, 2006

80 voglia disco party

L’avevo fortemente voluta. Era l’ottobre dell’84, i Duran cantavano Wild Boys, e io ero riuscito finalmente ad organizzare una festa di compleanno. Compiendo gli anni in agosto, come sempre, il giorno del mio compleanno era trascorso nell’indifferenza: giravo per casa, in mutande, incontrando gente in mutande che sbuffava e malediva il caldo e quando tentavo di fermarli per farmi fare gli auguri venivo scacciato, accusato di produrre caldo. Come ogni anno, quindi il mio giorno era tramontano, privo di regali e attenzioni e senza nemmeno, visto l’anno, un sms della tim che ti faceva gli auguri e ti invitava a comprare una summer card.
Ma quella volta avrei recuperato, con gli interessi. Sarei stato celebrato, osannato, ricoperto di regali. Avevo scelto accuratamente un domenica di ottobre, né bella, né brutta, senza eventi particolari, con clima medio. Nessuna scusa, nessuna distrazione avrebbe sottratto i miei ospiti alla più bella festa che quell’anno avrebbe ricordato. Comprai bibite, salatini, gazzosa in quantità, misi uno stereo con cassette delle Bangles e dei Duran, per accontentare un po’ tutti. Sistemai il giornaletto Lando sotto il divano, per tirarlo fuori a metà della festa e stupire tutti in un tripudio di boccaccesca simpatia.
Gli inviti erano stati recapitati, brevi manu, oppure spediti. Disegnati uno a uno, con temi diversi, per maschi e femmine. Imperativo l’orario: 15.30 – 18.30. Tre ore in cui avremmo giocato, bevuto, ballato, sghignazzato noi maschi a sfogliare Lando, anche se molte pagine erano incollate.
Mancavano 15 minuti e passeggiavo nervosamente, controllando la disposizione dei pasticcini e sistemando in file simmetriche le bottiglie di coca. Mi immaginavo la gente arrivare, con l’imbarazzo dei pre-adolescenti, salutare frettolosamente cercando di nascondere sotto il cappotto un grosso pacco, da consegnarmi in dono. Avrebbero dato le giacche a mia madre e si sarebbero precipitati sui dolci, ma non importava, molte leccornie ancora erano stipate in cucina.
Ce ne sarebbe stato per tutti. In abbondanza.

Alle 15.30 tesi l’orecchio, in attesa di un imminente dlin dlon.

Alle 15.45 ancora nessuno aveva suonato, ma non importava, un po’ di ritardo era comprensibile. Impiegai questi minuti extra per sistemare alcuni palloncini.

Alle 16.00 ancora niente. Ero seduto sul divano, un po’ preoccupato, cercando di non fissare il grosso orologio da parete della sala.

Alle 16.20 mia madre mi chiese perché non c’era nessuno. Abbozzai qualche parola, ma mi riusciva difficile parlare. Avevo un grosso nodo in gola.

Alle 16.45 entrò in sala mio fratello, chiedendo un pasticcino. Glielo negai, spiegando che era per i miei amici. La sua risposta “quali amici?” mi fece molto male.

Alle 17 credetti di sentire suonare il campanello e corsi al citofono, rovesciando una sedia, e iniziai a chiedere nervosamente “Chi è? Chi è? C’è qualcuno? Beh, io apro il portone, eh? Ecco, salite, se c’è qualcuno.”
Ma si sentivano solo rumori di macchine.

Alle 17.30 mi ritirai in bagno a piangere sommessamente. Ogni tanto passava qualche famigliare: mia madre era un po’ preoccupata, mentre i miei fratelli facevano un sorriso, per lo più imbarazzato. Avevano capito e provavano un po’ di pena. A mio padre fondamentalmente sbatteva una fava.

Alle 17.45 alzai il telefono per vedere se magari non c’era stato qualche guasto. O magari era stato messo male. Ma il grigione SIP era desolatamente funzionante.

Alle 18.00 suonò il campanello. Incapace di muovermi, chiesi a mia mamma di rispondere.
“Va bene, signora Calloni, grazie, metta pure in buca, dopo scendo.”

Alle 18.30 realizzai che alla mia festa non era venuto nessuno.

Alle 18.40 mia mamma mi chiese delicatamente se poteva iniziare a sgomberare il tavolo e riporre la roba.

Alle 19.00 squillò il telefono. Rispose mia madre.
“È per te… un… un tuo amico…”

Presi lentamente la cornetta, avevo gli occhi rossi. Era D, ieri mi aveva detto che non sarebbe venuto alla festa perché si era rotto un piede. Mi chiamava per farmi gli auguri.
Speravo si limitasse a questo, ma mi domandò anche com’era andata oggi pomeriggio.

Dopo un attimo di silenzio, ricacciando in gola le lacrime, gli risposi che la gente era appena andata via, che era stata una festa bellissima, era venuto un sacco di gente… avevamo mangiato tantissimo e mi avevano fatto dei gran regali. Gli dissi che addirittura C mi aveva dato un bacio in bocca e io ero arrossito. Gli raccontai che avevo tirato fuori il Lando e ci eravamo fatti delle gran risate e M me l’aveva strappato di mano e …

Mi interruppe dicendo che M era stato tutto il pomeriggio a casa sua a giocare con l’Atari.

Riagganciai lentamente.

L’ultima cosa che vidi, prima di spirare, fu il marciapiede.

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brokeback – pingui – mountain

Quando Reagan Patino e Todd Cash furono chiamati per lo spot pubblicitario del kinder pinguì, accettarono di buon grado: solo poche battute e un paio di centoni sarebbero finiti facili nelle loro tasche.
Non sapevano certo che questo avrebbe decretato la fine della loro carriera. E della loro vita.

Arrivarono, carichi di fard e speranze, nella location dello spot, un deserto in Nevada, dove li fecero vestire come due coglioni, quindi li piazzarono davanti ad un passaggio a livello, in mezzo al nulla.
   
“Ok guys, leggete il copione, e giriamo. Datevi una mossa che abbiamo solo mezzora.”
“Ma scusi io veram…”
“No, non ti scuso. Ora abbiamo 29 minuti, e non siamo a Hollywood, quindi se non avete altre obiezioni, iniziamo a girare.”
“Ma il metodo Stanislavskij…”
“Cristo santo! Il metodo Stanislavskij? Devi parlare con un pinguino e mi vieni a parlare di metodo Stanislavskij? Io ti do una selva di calci in culo che poi con il pinguino ci parli veramente.”

Reagan e Todd si guardarono, con un nodo alla gola. Gli anni all’Actor Studio, il diploma di recitazione, le particine a Brodway, qui non avevano valore. Quell’uomo orribile stava vanificando tutti i loro studi.
Si presero per mano e strinsero forte.

Improvvisamente arrivò un pinguino, facendoli sobbalzare: AK AKH AK.

Reagan, con la morte nel cuore, ripensando a quella volta che Scorsese gli aveva stretto la mano, deglutì e rispose: AHK AK AK.

Todd in quel momento fu fiero di lui: pensò che anche se aveva un taglio di capelli a forma di glande, era stato superbo, anche senza metodo Stanislavskij.
Poi disse la sua battuta, invitandolo con malizia a prendere qualcosa di fresco, pensando al pitone che si agitava nei suoi pantaloni da cow boy.

Reagan e Todd, uniti da tempo da un sottile e inconscio legame omosessuale, andarono dietro il camion e aprirono i portelloni: 18mila metricubi di kinder pinguì semi-sciolti, impilati come un orrido domino, li stavano osservando.

Reagan allungò la mano, con la fronte perlata di sudore, verso l’osceno mosaico. Doveva prendere quello contrassegnato con la X verde, senza sbagliare.

D’improvviso un lampo attraversò gli occhi di entrambi. Si avvicinarono, stringendosi.

“Todd…”
“Si?”
“Ti ho sempre amato.”
“Anch’io.”

I due si abbracciarono forte, piangendo, mentre Reagan allungava un mano verso il furgone.

Il regista, novello Harvey Keitel, urlò di non farlo, ma Reagan tirò a se un kinder pinguì, quello contrassegnato da un teschio. Era la chiave di volta dell’intera struttura.

Le 78 tonnellate di sburro e cioccolato si rovesciarono su di loro, uccidendoli all’istante, fissando per sempre quell’ultimo, drammatico abbraccio.

Gli uomini della troupe avanzarono silenziosi verso la montagna bianca e marrone e si tolsero il cappello.

In quel momento l’espresso 940 per Carson City frecciò sul binario a 150 km/h.

Si udì solo un flebile AHK AK, coperto dai fischi di avvertimento del locomotore.

Del pinguino non si seppe più nulla.

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