Ma quella volta avrei recuperato, con gli interessi. Sarei stato celebrato, osannato, ricoperto di regali. Avevo scelto accuratamente un domenica di ottobre, né bella, né brutta, senza eventi particolari, con clima medio. Nessuna scusa, nessuna distrazione avrebbe sottratto i miei ospiti alla più bella festa che quell’anno avrebbe ricordato. Comprai bibite, salatini, gazzosa in quantità, misi uno stereo con cassette delle Bangles e dei Duran, per accontentare un po’ tutti. Sistemai il giornaletto Lando sotto il divano, per tirarlo fuori a metà della festa e stupire tutti in un tripudio di boccaccesca simpatia.
Gli inviti erano stati recapitati, brevi manu, oppure spediti. Disegnati uno a uno, con temi diversi, per maschi e femmine. Imperativo l’orario: 15.30 – 18.30. Tre ore in cui avremmo giocato, bevuto, ballato, sghignazzato noi maschi a sfogliare Lando, anche se molte pagine erano incollate.
Mancavano 15 minuti e passeggiavo nervosamente, controllando la disposizione dei pasticcini e sistemando in file simmetriche le bottiglie di coca. Mi immaginavo la gente arrivare, con l’imbarazzo dei pre-adolescenti, salutare frettolosamente cercando di nascondere sotto il cappotto un grosso pacco, da consegnarmi in dono. Avrebbero dato le giacche a mia madre e si sarebbero precipitati sui dolci, ma non importava, molte leccornie ancora erano stipate in cucina.
Ce ne sarebbe stato per tutti. In abbondanza.
Alle 15.30 tesi l’orecchio, in attesa di un imminente dlin dlon.
Alle 15.45 ancora nessuno aveva suonato, ma non importava, un po’ di ritardo era comprensibile. Impiegai questi minuti extra per sistemare alcuni palloncini.
Alle 16.00 ancora niente. Ero seduto sul divano, un po’ preoccupato, cercando di non fissare il grosso orologio da parete della sala.
Alle 16.20 mia madre mi chiese perché non c’era nessuno. Abbozzai qualche parola, ma mi riusciva difficile parlare. Avevo un grosso nodo in gola.
Alle 16.45 entrò in sala mio fratello, chiedendo un pasticcino. Glielo negai, spiegando che era per i miei amici. La sua risposta “quali amici?” mi fece molto male.
Alle 17 credetti di sentire suonare il campanello e corsi al citofono, rovesciando una sedia, e iniziai a chiedere nervosamente “Chi è? Chi è? C’è qualcuno? Beh, io apro il portone, eh? Ecco, salite, se c’è qualcuno.”
Ma si sentivano solo rumori di macchine.
Alle 17.30 mi ritirai in bagno a piangere sommessamente. Ogni tanto passava qualche famigliare: mia madre era un po’ preoccupata, mentre i miei fratelli facevano un sorriso, per lo più imbarazzato. Avevano capito e provavano un po’ di pena. A mio padre fondamentalmente sbatteva una fava.
Alle 17.45 alzai il telefono per vedere se magari non c’era stato qualche guasto. O magari era stato messo male. Ma il grigione SIP era desolatamente funzionante.
Alle 18.00 suonò il campanello. Incapace di muovermi, chiesi a mia mamma di rispondere.
“Va bene, signora Calloni, grazie, metta pure in buca, dopo scendo.”
Alle 18.30 realizzai che alla mia festa non era venuto nessuno.
Alle 18.40 mia mamma mi chiese delicatamente se poteva iniziare a sgomberare il tavolo e riporre la roba.
Alle 19.00 squillò il telefono. Rispose mia madre.
“È per te… un… un tuo amico…”
Presi lentamente la cornetta, avevo gli occhi rossi. Era D, ieri mi aveva detto che non sarebbe venuto alla festa perché si era rotto un piede. Mi chiamava per farmi gli auguri.
Speravo si limitasse a questo, ma mi domandò anche com’era andata oggi pomeriggio.
Dopo un attimo di silenzio, ricacciando in gola le lacrime, gli risposi che la gente era appena andata via, che era stata una festa bellissima, era venuto un sacco di gente… avevamo mangiato tantissimo e mi avevano fatto dei gran regali. Gli dissi che addirittura C mi aveva dato un bacio in bocca e io ero arrossito. Gli raccontai che avevo tirato fuori il Lando e ci eravamo fatti delle gran risate e M me l’aveva strappato di mano e …
Mi interruppe dicendo che M era stato tutto il pomeriggio a casa sua a giocare con l’Atari.
Riagganciai lentamente.
L’ultima cosa che vidi, prima di spirare, fu il marciapiede.
Quando Reagan Patino e Todd Cash furono chiamati per lo spot pubblicitario del kinder pinguì, accettarono di buon grado: solo poche battute e un paio di centoni sarebbero finiti facili nelle loro tasche.
