Archivio per Ottobre, 2006

Il glande inganno

La introdussero tra noi nel modo più subdolo.

Infettarono la società con il piglio del consumato pusher: la fecero arrivare come un regalo.
Un moderno cavallo di Troia, celante lo sconcio flagello.
Pochi, sciocchi punti su una cartella, erano sufficienti a portarsi a casa l’Oscuro Male, come fu in seguito ricordato. Rapidamente la casalinga media ne fece incetta, consumando Pavesini per i suoi già deformi fianchi, e incollando tagliandi su tagliandi, terminando la raccolta, alacre, attratta dalla morbosa gratuità, mettendo la sua lingua, ancora piena di briciole, sulla busta per chiuderla e spedirla.
E con essa spedire le frustrate speranze di una mediocrità fatta di Verissimo, di junk tv, abbagliata da un patetico tentativo di fashion-riscatto.

In pochi giorni i pacchi iniziarono ad arrivare. Dieci, cento, mille postini invadevano le case della penisola, con il pacco sotto braccio, subdolo dono di morte, e dieci, cento, mille massaie, con il cuore il gola, iniziavano a scartare nervosamente l’involucro.
Fu così che il capo d’abbigliamento più orrendo che la storia ricordi, invase l’Italia.

La Giacca Week-End.

La parola d’ordine era ‘sfoderabile’. La massaia, accecata dal fatto che qualcosa di sfoderabile le fosse stato regalato, inarrestabile come un folle polifemo, indossava la sua giacca W-E ogni giorno, per andare alla Coop, oppure per andare a prendere i figli a scuola, camminando gonfia di patetico orgoglio, a petto in fuori, fasciata nel suo orrendo nuovo accessorio.
E ogni giorno incontrava altre donne, grasse come lei, con un ritrovato sorriso, tutte con la giacca blu con i bordi delle maniche verdine, che rispondeva al nome di Giacca Week End.
Per la prima volta si sentiva bella, stava indossando qualcosa che aveva visto in tv, qualcosa che magari anche Cesara Buonamici stava indossando in quel momento, anche lei certamente folgorata dal fascino perduto del gratuito et sfoderabile. E poco importa se la sua vita era un fallimento, poco importa se il marito non la toccava neanche più con uno stecco, ora la massaia aveva il suo feticcio, il suo mantello elfico, la sua uniforme.
Per la prima volta si sentiva viva.

Ma non sarebbe durato a lungo: come tutte le storie di modesta quotidianità, anche questa sarebbe finita amaramente.
Rapidamente la giacca W-E, di produzione cinese, non essendo stata pensata per un uso intensivo e irrazionale, cominciò a sfaldarsi e a scucirsi, come una penosa parabola della vita. La sfoderatura, chiave del successo, si rivelò presto anche il suo tallone d’achille. Alcune tentarono interventi alle assi di trafilatura, ma inutilmente.
Le fredde cronache ci raccontano che se nel 1999 le GWE erano 134.000 in tutt’Italia, già nel 2001 erano quasi la metà (75.100), per poi scomparire quasi alle soglie del 2004 (5.500).

Il simbolo del nuovo femminismo, era finito così, promessa non mantenuta, per via dei pessimi materiali con cui era costruito. Molto si scrisse su questi folli anni, e molto ancora si scriverà.
Recentemente si è fatta strada la teoria per cui furono direttamente i servizi segreti a pilotare l’operazione GWE, introducendola per attuare un controllo delle masse, al pari di quanto avevano fatto introducendo l’eroina negli anni settanta negli ambienti ritenuti sovversivi.

Faccio un piccolo outing: mia madre, come molte donne, possedeva una giacca week-end. Noi figli aiutati da alcuni vicini di casa, tramammo nell’ombra per liberarcene.
Il 5 settembre del 2003, la GWE scomparve.
Fu ritrovata da un passante un mese più tardi, carbonizzata, vicino alla ferrovia.
Mia madre impiegò un paio d’anni per riaversi completamente.

Ancora oggi cerchiamo di essere delicati con lei: quando si parla di sabato e domenica, in genere si parla di fine settimana.

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>Abort, Retry, Fail?

Sono arrivato a 6 dollari e con questi ho lanciato un’OPA a google.
Loro impauriti hanno messo le mani avanti e questo è il risultato: clicca qui www.google.it
. Prova.
E’ solo questione di tempo.
Quand’è l’ultima volta che hai visto lampeggiare questa scritta?

>Abort, Retry, Fail?

Pensaci. E sublima, fratello.

Diventa 2.0.

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new sexconomy

E chi lo dice che la new economy è morta?

Eh? Chi lo dice? Tu lo dici? Lui lo dice?
Fottetevi! Con quale altro nome chiameresti la possibilità di far soldi senza fare niente? Oh ma dico niente, eh? No, non intendo fare niente tipo andare a lavorare, timbrare il cartellino e cazzeggiare, no… io dico, svegliarsi la mattina e iniziare a guadagnare, pisciare e guadagnare, pettinarsi e guadagnare. Anzi, ancora prima di svegliarsi. Dormire e guadagnare. Come se ti avessero infilato un registratore di cassa su per il, ecco, andare al cesso e guadagnare. Guadagnare e guadagnare. Spendere e guadagnare. Cercare di non guadagnare e guadagnare. Scrivere post e guadagnare.
Proprio in questo momento, mentre tu stai leggendo, io magari sono cucina e mi sto mangiando un choco nippon, magari sono in cantina a verniciare o forse mi sto scolando una birra e – sissignore – indovina? Sto guadagnando! Sto guadagnando dei bei dollaroni, cazzo. Ovunque io mi trovi, ca-ching, un bel suono metallico mi risuona nelle orecchie, e non sto ascoltando l’intro di money, no cazzo, quel suono sono i soldi, fruscianti, maledetti, sconciamente lussuriosi che mi stanno gonfiano il portafoglio. E questo grazie a te, ignaro compare, grazie a te che leggi e che d’incanto ti soffermi sui banner ALLA TUA DESTRA e pregno di desiderio esclami, orsù, sono ingrifato come un bisonte, ho voglia di incontrare ragazze 100% dal vivo, e così clicchi, clicchi e ti clicchi in un vortice di oscenità e desiderio e mentre ti tocchi e diventi sempre più cieco… ca-ching, i dobloni iniziano a partire da G alla volta del mio conto corrente, come in un folle giuoco d’azzardo.
Credi siano tutte cazzate? Certo, perché, li chiami cazzate 1,83 dollari in una settimana? Eh?
Hai cambiato espressione, eh? Hai tolto quel sorriso dalla faccia? Già. Anche io ci ero rimasto come te, ma non ti preoccupare. La grande G vuole tutti. E tutti ama.
E ora non essere triste, anzi… dì un po’, non avresti voglia di un po’ di amore, sesso, trasgressioni? Eh?
Mi sto accarezzando il petto, sai? E sono tutto depilato. Anche le sopracciglia.
Dai che ti costa?

aahhhh

ca-ching

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infanzia difficile

Mio padre era un hippie.
Quindi era naturale che fosse incazzato il 24 dicembre 1979. Chi non lo era?
Oltre a essere un’insulsa vigilia di Natale, erano anche gli ultimi stanchi passi degli anni ‘70 che se ne stavano andando. La discomusic stava ormai spodestando il rock e no, proprio i basettoni lui non li voleva togliere. Così si aggrappava con le unghie al suo salone di bellezza: gli anni ‘80 non gli avrebbero portato via le sedie tonde, le luci tonde, gli orologi tondi. No, li avrebbe difesi con i denti, fino all’ultimo. E poco importa se suo figlio PSG gli stava ricordando che tra qualche ora sarebbe stato Natale. Proprio non era il momento.
O almeno non fino a che Babbo Nasale gli apparve:
“Orsù, fratello, concediti al consumismo.”
“Ma io…”
“Non fare il matusa, o rimarrai arroccato per sempre, come i giappi nelle isole del pacifico.”
“Dimmi Babbo Nasale che cosa devo fare?”
“Accontenta tuo figlio, fagli seguire il suo sogno.”
“Certo, lo farò.”
“E ascolta Donna Summer.”, e detto questo sparì, sniffando colla.

Mio padre mi guardò negli occhi e mi disse:
“Dimmi figliolo qual è il tuo sogno?”
All’epoca – era noto avevo un grande sogno: diventare chirurgo. Volevo stringere la vita tra le mani, come un moderno Prometeo, volevo reggere i fili delle misere esistenze umane. Volevo essere Dio ed ero determinato a riuscirvi.
“Padre. Voglio diven…”
“Basta non mi annoiare con le tue sciocche richieste, farò a modo mio. Ora aspetta qui, dopo la chiusura del salone ti comprerò qualche stupido balocco natalizio.”

Così alle 19.21 mi prese per mano e sgommando sul suo flower-pulmino-power mi portò davanti ad un negozio di giocattoli. Mi mise davanti alla vetrina e disse, perentorio, “scegli e andiamo, che ho fretta”.
La vetrina agghindata a festa era ricca e lucente, ma un solo gioco rubava il proscenio a tutte le scioccherie. Era bello, era possente, era scultoreo. Era il corpo umano trasparente con gli organi da staccare. 
Mio Dio, quella era la spinta che cercavo. Si, cazzo, quello era il gioco non gioco che mi avrebbe preso per mano e accompagnato nei freddi cunicoli della scienza di Ippocrate. Quello il tizzone ardente che avrebbe scaldato e preservato il mio istinto clinico fino al raggiungimento della facoltà di medicina. Quello era il mio futuro, cazzo, quello era il mio avvenire. Sarei diventato un fottutissimo chirurgo, facendo a pezzi quella cavia, e avrei avuto gloria, fama e denaro.
Lo indicai tremante, estatico, mentre con le mani già mimavo incredibili operazioni a cranio aperto, da sveglio, in extra-circolazione, bendato e con una mano dietro la schiena. Lo voglio. LO VOGLIO.
Mio padre disse, spingendo la porta del negozio: “E così sia, avrai la tua scala per il paradiso”,

Ma la porta non si aprì.
Il negozio era chiuso.

Guardai mio padre, sperando di vederlo estrarre un piede di porco, ma niente. Gettò la cicca e fece scintillare le chiavi del pussy-pulmino-wagon.
Alle 19.54 eravamo davanti ad un altro negozio. L’ultimo rimasto aperto in tutta l’Eurasia.
Entrai di corsa e puntai al banco:
“Uomo… chirurgo… organi…”
“Cristosanto, ho dato via l’ultimo a quel bimbo la.”
Manco a dirlo il bimbo aveva gli occhiali e uno stetoscopio che penzolava dalla tasca.
“Padre…”
“Oh sfiga. Prendi qualcos’altro.”

Già ma cosa? Tutti i giochi sembravano stupidi e infantili. Nulla si avvicinava alla perfezione di un corpo umano da comporre e ricomporre a piacimento. La mia vita era ormai fallita. Trascinando i piedi mi aggiravo tra gli scaffali, giurando a me stesso che non avrei accettato alcuno di quegli stupidi ammennicoli da ritardati e che avrei coltivato in segreto la mia passione per la medicina.

Mio padre si fece avanti con una scatola.
“Prendi questo, sembra bello.”
“Ma padre… è uno stupido gioco di macchine per bambini mediocri. Ci giocherò per mezzora poi finirà nel dimenticatoio. Preferirei rinunciare a qualsiasi regalo e far si che questa privazione mi porti a perseguire il mio…”
“Vabbè, l’ho già pagato. Andiamo.”
“Ok, fanculo la medicina.”

Nei mesi seguenti il pensiero di diventare chirurgo mi sfiorò sempre più di rado.
L’anno dopo, infine, scoprii la pornografia. E divenni normale.


Il bimbo che ottenne la scatola si laureò a 25 anni.

A 29 era già un primario del Mount Sinai Hospital di New York.
A 31 aveva cambiato sesso e aveva sposato un uomo di colore di Amesville, Ohio.

Ora vivono in una fattoria con i loro cani Felix e Dresda.

La morale: macchine sfasciate e sesso salvano l’uomo dalla perdizione.


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