Un moderno cavallo di Troia, celante lo sconcio flagello.
Pochi, sciocchi punti su una cartella, erano sufficienti a portarsi a casa l’Oscuro Male, come fu in seguito ricordato. Rapidamente la casalinga media ne fece incetta, consumando Pavesini per i suoi già deformi fianchi, e incollando tagliandi su tagliandi, terminando la raccolta, alacre, attratta dalla morbosa gratuità, mettendo la sua lingua, ancora piena di briciole, sulla busta per chiuderla e spedirla.
E con essa spedire le frustrate speranze di una mediocrità fatta di Verissimo, di junk tv, abbagliata da un patetico tentativo di fashion-riscatto. In pochi giorni i pacchi iniziarono ad arrivare. Dieci, cento, mille postini invadevano le case della penisola, con il pacco sotto braccio, subdolo dono di morte, e dieci, cento, mille massaie, con il cuore il gola, iniziavano a scartare nervosamente l’involucro.
Fu così che il capo d’abbigliamento più orrendo che la storia ricordi, invase l’Italia. La Giacca Week-End. La parola d’ordine era ‘sfoderabile’. La massaia, accecata dal fatto che qualcosa di sfoderabile le fosse stato regalato, inarrestabile come un folle polifemo, indossava la sua giacca W-E ogni giorno, per andare alla Coop, oppure per andare a prendere i figli a scuola, camminando gonfia di patetico orgoglio, a petto in fuori, fasciata nel suo orrendo nuovo accessorio.
E ogni giorno incontrava altre donne, grasse come lei, con un ritrovato sorriso, tutte con la giacca blu con i bordi delle maniche verdine, che rispondeva al nome di Giacca Week End.
Per la prima volta si sentiva bella, stava indossando qualcosa che aveva visto in tv, qualcosa che magari anche Cesara Buonamici stava indossando in quel momento, anche lei certamente folgorata dal fascino perduto del gratuito et sfoderabile. E poco importa se la sua vita era un fallimento, poco importa se il marito non la toccava neanche più con uno stecco, ora la massaia aveva il suo feticcio, il suo mantello elfico, la sua uniforme.
Per la prima volta si sentiva viva. Ma non sarebbe durato a lungo: come tutte le storie di modesta quotidianità, anche questa sarebbe finita amaramente.
Rapidamente la giacca W-E, di produzione cinese, non essendo stata pensata per un uso intensivo e irrazionale, cominciò a sfaldarsi e a scucirsi, come una penosa parabola della vita. La sfoderatura, chiave del successo, si rivelò presto anche il suo tallone d’achille. Alcune tentarono interventi alle assi di trafilatura, ma inutilmente.
Le fredde cronache ci raccontano che se nel 1999 le GWE erano 134.000 in tutt’Italia, già nel 2001 erano quasi la metà (75.100), per poi scomparire quasi alle soglie del 2004 (5.500). Il simbolo del nuovo femminismo, era finito così, promessa non mantenuta, per via dei pessimi materiali con cui era costruito. Molto si scrisse su questi folli anni, e molto ancora si scriverà.
Recentemente si è fatta strada la teoria per cui furono direttamente i servizi segreti a pilotare l’operazione GWE, introducendola per attuare un controllo delle masse, al pari di quanto avevano fatto introducendo l’eroina negli anni settanta negli ambienti ritenuti sovversivi. Faccio un piccolo outing: mia madre, come molte donne, possedeva una giacca week-end. Noi figli aiutati da alcuni vicini di casa, tramammo nell’ombra per liberarcene.
Il 5 settembre del 2003, la GWE scomparve.
Fu ritrovata da un passante un mese più tardi, carbonizzata, vicino alla ferrovia.
Mia madre impiegò un paio d’anni per riaversi completamente. Ancora oggi cerchiamo di essere delicati con lei: quando si parla di sabato e domenica, in genere si parla di fine settimana.

Mio padre si fece avanti con una scatola. 
