Già, il bersaglio.
Era l’anno 82, l’Italia vinceva e PSG, il me stesso giovine, se ne stava a Parco Cavaioni, ignaro di tutto, alla canonica colonia comunale. I miei genitori mi spedivano via e al mio ritorno trovavo scritte ai muri e mozziconi di sigaretta. (Il dubbio che il miei affittassero la stanza non mi ha mai abbandonato). In ogni caso, io me ne stavo li, bambino né troppo furbo, né troppo stupido. Gli strani giorni e borgnine sarebbero arrivati molti anni dopo e non c’era nulla che mi preoccupasse.
Un giorno, alla festa della colonia, v’era l’uso di farsi truccare e mascherare in qualche guisa dagli animatori: così mi misi in fila, domandandomi sognante cos’avrebbero pensato per me quei folli simpaticoni. Man mano che avanzavo nella fila l’estro creativo dei costumisti cresceva e spaziava attraverso strade di avanguardia inimmaginate, osservavo sbalordito la perfezione dei dettagli dei costumi di chi mi precedeva: fiori variopinti ed esotici per le donne, sinistre sculture grottesche per i maschi, la trance degli animatori cresceva ed era un continuo superarsi. Finalmente venne il mio turno ed ero tutto eccitato: i bambini davanti a me erano creature fantastiche e mitologiche ed erano corse fuori a giocare… chiusi gli occhi, convinto che presto le avrei raggiunte.
“A te, a te… farò un bersaglio.”
L’avanguardia aveva raggiunto l’apice, ma io non me ne rendevo conto. Infatti a me sembrava un’idea di merda.
“Eh che dici PSG ti piace? Un bel bersaglio!”
“Ma, veramente…”
“Dai su, ecco qui…”
Mi fece due cerchi in faccia.
“Ecco, avanti il prossimo.”
“Mah…”
“Dai su PSG, vai… vai fuori a giocare… avanti tu Luigino, con te farò un Troll Delle Terre Dimenticate, presto portatemi le protesi facciali e la spada incantata.”
Mi feci da parte, mentre l’ego di Luigino cresceva a dismisura (sarebbe diventato un noto avvocato).
Uscii in giardino. Qualcosa non tornava. Perché mi sentivo un coglione, mentre tutti i bambini giocavano felici? Provai ad avvicinarne qualcuno.
“Ehi ciao”
“Ciao…”
“Giochiamo?”
I bambini, o meglio, chiunque si celasse dietro quei travestimenti tolkeniani, mi guardarono. Uno di loro mi rispose:
“Senti, non sappiamo che problema hai, ma ora vattene.”
“Ma io…”
Mi colpirono con bastone. Decisamente qualcosa non quadrava.
Decisi di cedere una fetta di dignità e avvicinai altri bambini.
“Ehi ciao”
“Ciao…”
“Giochiamo? Sono un bersaglio.”
Questi si diedero di gomito e si allontanarono; una volta distanti incominciarono a gettarmi dei sassi, al grido “fatti beccare!” o “scemo!”
Scappai forte, perdendo un po’ di sangue e tornai dall’animatore che mi aveva truccato, Era intento ad attaccare fronde ad un bambino – trent. Mi veniva un po’ da piangere.
“Io vorrei cambiare… sai il travestimento, insomma, non mi piace molto…”
“Ma come? Non vedi… tu sei unico! Gli altri sono belli, si, ma come sono banali. In un mondo popolato da eroi, sono i normali le persone veramente libero, capisci? Capisci? La normalità è la nuova avanguardia! Ora vai, fatti valere! Mostra la tua unicità! Mostra il tuo essere!”
Non avevo capito molto, ma uscii ugualmente. I bambini interruppero i loro giochi. Mi guardavano.
“Volete giocare? Sono un bersaglio. Potete colpirmi in faccia.”
Fu così che la lapidazione si consumò.
L’ultima cosa che vidi prima di svenire fu Luigino che tornava dal fiume con una cesta piena di pietre.


