Prima non li odiavo, ma solo perché non ero una loro preda.
Ora mi braccano, e in questo modo si meritano il mio odio. E le mie rappresaglie.
La scena in cui mi ritrovo è sempre la stessa: sono alla Coop e sto guidando il mio carrello. A me piace guidare il carrello, perché lo uso come monopattino. Mi do la spinta e poi ci salgo con i due piedi. E si, cazzo, sono felice. Poi ultimamente quando ho M a bordo ovviamente il divertimento è maggiore, perché mentre schizziamo a canna lei prende il lettore di barcode in dotazione e, come debitamente istruita, punta il laser dritto nella cornea delle vecchie, accecandole permanentemente.
Insomma, una banale attività padre/figlia potrebbe pensare qualcuno, ma si fotta, a me piace.
Ma. Da un po’ di tempo, i GC hanno iniziato a darmi la caccia.
La scena è sempre la stessa. Mentre sfrecciamo come jedi, accecando vecchie a nastro, verso la fine del reparto frutta, una figura si staglia. Il GC. Il genitore coglione.
Il genitore coglione è solitamente maschio, brutto, vestito con una tuta di triacetato verdina che lo fa sembrare un grosso uomo-cetonia. Inoltre è basso e non è più giovanissimo. Il genitore coglione, essendo genitore, ha prole al seguito. La prole, in genere di 1 anno e mezzo, viene trasportata su carrozzina a tre ruote, costata uno stipendio, e solitamente è sovra-vestita. Il colorito rosso scuro e l’immobillità dell’infante ne testimoniano il sistema circolatorio già compromesso. La temperatura dentro le sue due tute di è di 80 gradi: il bambino è completamente inerme e ostaggio del genitore coglione.
Quando ti vede, e nota che anche tu hai una bimba, il GC inizia a sorriderti da 50 metri e tu pensi, ‘cazzo vuole questo’ guardandoti intorno, e la sua bocca si apre sempre di più, sempre più, lui inizia a virare la sua ammiraglia a tre ruote, con sopra il meteorite incandescente che è (era) suo figlio e tu tenti di frenare e invertirti, ma la sua bocca si apre ancora di più, mentre si avvicina e tu inizi ad avere paura, perchè rapidamente ti rendi conto che vuole te, che vuole LA TUA AMICIZIA.
Quando ti raggiunge ha la faccia trasfigurata da un’inusitata gioia.
“Guaaaaarda che beeeella bimba!”
“Eh. si”, rispondi cercando una scusa per fuggire.
“Guaaaaarda”, si rivolge al fagotto fumante che tiene nella tre ruote, “Guaaaaarda…”
A questo punto in genere chiudo gli occhi, come si fa quando si aspetta un boato. Come si fa quando ti stanno per tirare un pugno. Perché so che sta arrivando. La domanda che odio. La domanda senza senso per antonomasia.
“Ciao, bella biiiiimba… come ti chiaaaami?”
Il pugno è arrivato anche questa volta, forte e deciso. Bum. E io sono basito, la domanda è arrivata. Stupida come le altre volte. Ma che cazzo di domanda è? Perché, perché, perché! Perché dobbiamo inscenare questa penosa pantomima per cui io adesso dovrei rispondere “mi chiamo M” magari facendo la VOCINA, poi tu, mentre armageddon nella tua carrozzina ti fa cenno con gli occhi che vuole andare a casa, magari aggiungi anche “quanti anni hai?” e se non rispondo tu chiedi ancora “quaaaaanti anni hai?” finchè non faccio la VOCINA e …
No cristo, non ci sto.
Do un colpetto nella schiena a M e lei fa partire il registratore:
“Sono M e ho 40 anni, coglione. E ho la malattia di Arnold.”

