Archivio per Aprile, 2006

armageddon

Una delle cose che odio di più ultimamente sono i GC.
Prima non li odiavo, ma solo perché non ero una loro preda.
Ora mi braccano, e in questo modo si meritano il mio odio. E le mie rappresaglie.
La scena in cui mi ritrovo è sempre la stessa: sono alla Coop e sto guidando il mio carrello. A me piace guidare il carrello, perché lo uso come monopattino. Mi do la spinta e poi ci salgo con i due piedi. E si, cazzo, sono felice. Poi ultimamente quando ho M a bordo ovviamente il divertimento è maggiore, perché mentre schizziamo a canna lei prende il lettore di barcode in dotazione e, come debitamente istruita, punta il laser dritto nella cornea delle vecchie, accecandole permanentemente.
Insomma, una banale attività padre/figlia potrebbe pensare qualcuno, ma si fotta, a me piace.
Ma. Da un po’ di tempo, i GC hanno iniziato a darmi la caccia.
La scena è sempre la stessa. Mentre sfrecciamo come jedi, accecando vecchie a nastro, verso la fine del reparto frutta, una figura si staglia. Il GC. Il genitore coglione.
Il genitore coglione è solitamente maschio, brutto, vestito con una tuta di triacetato verdina che lo fa sembrare un grosso uomo-cetonia. Inoltre è basso e non è più giovanissimo. Il genitore coglione, essendo genitore, ha prole al seguito. La prole, in genere di 1 anno e mezzo, viene trasportata su carrozzina a tre ruote, costata uno stipendio, e solitamente è sovra-vestita. Il colorito rosso scuro e l’immobillità dell’infante ne testimoniano il sistema circolatorio già compromesso. La temperatura dentro le sue due tute di è di 80 gradi: il bambino è completamente inerme e ostaggio del genitore coglione.
Quando ti vede, e nota che anche tu hai una bimba, il GC inizia a sorriderti da 50 metri e tu pensi, ‘cazzo vuole questo’ guardandoti intorno, e la sua bocca si apre sempre di più, sempre più, lui inizia a virare la sua ammiraglia a tre ruote, con sopra il meteorite incandescente che è (era) suo figlio e tu tenti di frenare e invertirti, ma la sua bocca si apre ancora di più, mentre si avvicina e tu inizi ad avere paura, perchè rapidamente ti rendi conto che vuole te, che vuole LA TUA AMICIZIA.
Quando ti raggiunge ha la faccia trasfigurata da un’inusitata gioia.
“Guaaaaarda che beeeella bimba!”
“Eh. si”, rispondi cercando una scusa per fuggire.
“Guaaaaarda”, si rivolge al fagotto fumante che tiene nella tre ruote, “Guaaaaarda…”
A questo punto in genere chiudo gli occhi, come si fa quando si aspetta un boato. Come si fa quando ti stanno per tirare un pugno. Perché so che sta arrivando. La domanda che odio. La domanda senza senso per antonomasia.
“Ciao, bella biiiiimba… come ti chiaaaami?”
Il pugno è arrivato anche questa volta, forte e deciso. Bum. E io sono basito, la domanda è arrivata. Stupida come le altre volte. Ma che cazzo di domanda è? Perché, perché, perché! Perché dobbiamo inscenare questa penosa pantomima per cui io adesso dovrei rispondere “mi chiamo M” magari facendo la VOCINA, poi tu, mentre armageddon nella tua carrozzina ti fa cenno con gli occhi che vuole andare a casa, magari aggiungi anche “quanti anni hai?” e se non rispondo tu chiedi ancora “quaaaaanti anni hai?” finchè non faccio la VOCINA e …
No cristo, non ci sto.

Do un colpetto nella schiena a M e lei fa partire il registratore:
“Sono M e ho 40 anni, coglione. E ho la malattia di Arnold.”

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una strana avventura

Erano le 9.50 quando la signora R.M. decise di scendere a comprare il giornale. Come ogni giorno.
La tinta dei capelli, fatta 3 mesi fa era ormai un ricordo, la ricrescita era implacabile. Con i suoi capelli bicolori, l’alito pesante e gli occhi gonfi si presentò in edicola. Mentre aspettava che il vecchio davanti a lei comprasse qualche giornaletto, le venne in mente che, si, domenica per il compleanno del nipote avrebbe potuto fare proprio il pesce. Questo pensiero aveva tutto dell’ultima spiaggia. Quel piccolo demonio aveva 10 anni, ma l’aveva già picchiata parecchie volte: quando i suoi lo portavano da lei, iniziava a frugare nei cassetti, in cerca di cose da vendere e rompeva sempre qualcosa. Spesso bestemmiava e la apostrofava a male parole. Infine le prendeva il portafoglio e si prendeva quello che trovava. Ma lei gli voleva bene. Ogni volta tentava di cucinargli sempre qualcosa di buono, ma lui gettava tutto per terra e ruttava, poi andava a prendere i biscotti e si chiudeva in bagno. Così, mentre il vecchietto davanti a lei, con una mano in tasca e l’altra a reggere i giornaletti, le cedeva il posto, si decise a mettere in opera il suo piano. Amava quel bambino e forse questa volta l’avrebbe spuntata.
L’edicolante scoglionato le chiese: “mmm?”
“Il Carlino… e poi guardi, ho visto in tv quella rivista, quella per fare il pesce…”
“Il mio pesce o facilmente pesce?”
“Ma, non ricordo il nome… quella pubblicizzata da Mengacci… il mio pesce, il miglior pesce… non saprei, una cosa simile.”
“Il mio pesce o facilmente pesce?”
“Non so, quella di
Mengacci.
“Il mio pesce o facilmente pesce?”
“Beh, mi dia uno dei…”
“Il mio pesce o facilmente pesce?”
“Mi dia il mio pesce.”
“E sicura?”
“Beh, si, io devo fare il pes…”
“Allora entri.”
“Come?”
“Deve entrare qui, nel gabbiotto.”
“Ma veram…”
“Il mio pesce o facilmente pesce?”
“Ok, entro…”

La signora R.M. entrò nel gabbiotto alle 10.21. Dentro era buio. Non capiva. Dell’edicolante ne c’era traccia.
Non appena i suoi occhi si furono abituati, scorse un uomo in fondo. Nudo.
Si avvicinò. L’uomo era completamente glabro e aveva un membro enorme. Glabro, anch’esso.
I capelli arancioni parlavano chiaro. Era Mengacci.

“Hai chiesto il mio pesce?”
“Ma io, veram…”
“Hai chiesto il mio pesce?”
“Si, ma io intend…”
“Vieni qui…”

I suoi occhi erano ipnotici. La signora R.M. si sentiva attratta da lui.
Tentò un’ultima difesa. Ma invano.

“Senta io dovrei and…”
“Vuoi il mio pesce o no?”

Un antico calore riaffiorava dal basso. La sua bocca si schiuse.

“Si. Lo voglio.”

Mengacci avanzò verso di lei, lentamente.
L’amplesso durò fino alle 12.42.

Quella domenica quando la signora R.M., con un capello rosso fuoco, portò in tavola il pesce, il piccolo demone iniziò a rovesciare le posate. Lei, calma, gli mise nel piatto alcune crocchette che aveva preparato apposta per lui, con una ricetta speciale. Le crocchette erano piccole e molto scure.
Lo stronzetto ne assaggiò una. Sembrò placarsi.
“Buone queste, nonna.”, esclamò mentre ne inghiottiva una dopo l’altra.
“Ti piacciono?”
“Si, ma che c’hai messo dentro? Hanno un sapore strano.”
“E’ una ricetta segreta.”, rispose R.M. sorridendo.

Mengacci, dalla tv accesa su rete4, le fece l’occhiolino.

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gabbo

E’ opinione comune che gli incontri per bambini siano piacevoli e rilassanti.
In fondo si tratta di andare in una biblioteca, dove preparate maestre intonano graziosi canti elfici, interrotti solo dalle risa argentine dei bambini felici, fluttuanti nell’aria. Gioia, amore, amicizia cullano i presenti, abbandonati nel caldo abbraccio onirico. 
Già. Questo è quello che pensavo. Fino a quel giorno. Il giorno in cui vidi l’Orrore.
Appena entrati in quella sala l’accoglienza delle due maestre si era rivelata da subito artificiale e sospetta.
Che bella bambinaaaaaaaaaaaaa, eeeeeeeeeeeeeh? Aaaaaaaaah? Eeeeeeeeh?
Platinette e Emma Bonino erano vestite come 15enni di azione cattolica, ma avevano 50 autunni alle spalle. E dovevano essere stati anche molto piovosi.
Il capo delle due era Emma Bonino, stesso caschetto biondo, stessi occhiali, voce rauca dalle troppe sigarette, aspirate nella solitudine del suo triste nubilato; il luogo tenente era Platinette, stessa stazza, stessa sensazione di repulsione, palese impressione che non avesse mai visto uomo nudo. Emetteva Aaaaaaaaah? Eeeeeeeeh? di continuo.
Eravamo tutti preoccupati. I bambini della stanza non volevano staccarsi dalle mani dei genitori e qualcuno piangeva.
Emma Bonino chiuse la porta dietro di se e rivolta all’assemblea disse: Bambini facciamo una canzone. Aveva tutta l’aria di una minaccia.
Osservavo gli altri genitori. Alcuni sbadigliavano (l’aria infatti era stantia e povera di ossigeno) altri smessaggiavano, probabilmente frasi sconce all’amante. Io osservavo le finestre, cercando via di fuga.
Platinette prese uno stereo a cassette e avviò un nastro. Alcune note gracchianti si sparsero nell’aria. Pochi secondi dopo lo stereo si mangiò la cassetta.
Aaaaaaaaah? Eeeeeeeeh?
Emma Bonino guardò Platinette con disprezzo e imbracciò una chitarra. Attaccò la Canzone del Topolino, uno strazio su cui intonava parole senza senso. La storia era di un topolino che faceva delle robe, varie, di scarso interesse e friggeva la minchia a tutti i presenti con sta storia. La cosa più terrificate era che quando la narrazione passava dalla voce fuori campo a soggettiva del Topolino, Emma Bonino si produceva nella cosa più irritante in assoluto: LA VOCINA.
Non si capiva il motivo, ma il topo quando parlava doveva sembrare un evirato.
I bambini erano fermi, l’aria stava finendo e qualcuno mostrava un preoccupante pallore.
E Platinette? Mentre EB suonava la chitarra, cantava e narrava, Platinette – Aaaaaaaaah? Eeeeeeeeh? che dio la stramaledica – aveva iniziato una sinistra danza di morte davanti all’assemblea. Con indosso una maglietta irrimediabilmente sudata e jeans troppo corti, aveva deciso di interpretare il canto con una goffa mimica. Con l’aiuto di un frusto topo di cartone, quando EB diceva il topo va qua, lei lo spostava e quando EB parlava con LA VOCINA lei lo muoveva freneticamente. A volte sembrava che il topo si stesse masturbando.
Ma questo i bambini non lo capivano. Molti si erano addormentati, gli altri erano tenuti svegli dalla grassa danse macabre di Plat.
La situazione precipitò di colpo quando Plat appoggiò il topo di cartone per terra e fece qualche passo avanti verso i bambini per dir loro qualche parola, priva di senso. Quando indietreggiò tornando sui suoi passi a ritroso, però, i suoi stupidi piedi pestarono il topo. I bambini osservavano la scena spaventati. Il topo sotto le scarpe di Plat si stava sbriciolando, poiché essa, tarantolata, proseguiva il suo ballo sconnesso.
La scena era grottesca: EB con la vocina parlava per il topo, ma questo era schiacciato e informe e una grassona stava facendo scempio del suo corpo. I bambini iniziarono a piangere. Quando EB si accorse di ciò che aveva fatto Plat si arrabbiò molto, bestemmiò ferocemente e la spinse a terra. Poi le si avventò contro con inusitata violenza e iniziò a percuoterla con la chitarra. Gli Aaaaaaaaah? Eeeeeeeeh? si mescolavano ai tonfi quasi musicali della chiatarra contro il corpo molle di Plat.
La gente iniziò a fuggire. L’ultima cosa che vidi prima di lasciare la stanza, correndo, con M sotto il braccio, furono le fiamme che avvolgevano EB, mentre folle di rabbia continuava a percuotere il corpo senza vita di Plat.
Questa è la cronaca di quanto successe nella Biblioteca di S**********. La versione che fu diramata ai giornali fu che EB e Plat si sacrificarono per mettere in salvo i bambini dall’incendio.
Ancora oggi all’ingesso delle biblioteca si viene accolti da una statua che le raffigura, serafiche, circondate da bambini.
La lapide sul piedistallo le ricorda cosi: Aaaaaaaaah? Eeeeeeeeh?

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