Archivio per Febbraio, 2006

gianni rotary

Una volta, quando ero Piccolo Strani Giorni, mi divertivo a ripetere le parole fino a quando non perdevano di significato. Era un gioco intrigante e sul filo dell’equilibrio mentale. Ripetevi: cavallo cavallo cavallo cavallo cavallo cavallo nella tua testa mille volte fino a quando cavallo non esisteva più. A forza di rimbalzare tra le pareti del tuo cerebro si era disintegrato, polverizzato. Cavallo non esisteva più. Ti chiedevi cavallo? e rispondevi ‘ma che cazzo vuol dire cavallo?’. Una sorta di autolesionismo mentale, una prova di forza estrema. L’effetto durava mezzora, un’ora al massimo… poi il cavallo riaffiorava, sbiadito e zoppicante, e riprendeva il suo posto tra causale e cavatappi. A volte mi divertivo a far sparire una parola, poi un’altra e un’altra ancora. Tutte insieme. Trenta secondi e spariva il cavallo. Poi il letto, la macchina, il fuoco e via via, come una voragine inarrestabile, il mio vocabolario si sgretolava sempre di più. Una volta feci sparire 289 parole e quando mia mamma entrò nella stanza mi trovò con la schiuma alla bocca. Tentò di parlarmi, ma riferì che non capivo una parola di quello che diceva. Mi era rimasto solo carrube. Lo ripetevo in continuazione e con quelle venni nutrito per i mesi a venire. Poco dopo recuperai anche cavallette, ma non ne feci parola con nessuno.
Tuttavia, quello che sembrava solo un simpatico gioco, un giorno di trasformò in tragedia. Era iniziato come al solito: formaggio formaggio formaggio formaggio, puf! Cosa vuol dire formaggio? E che ne so? Ahahah che ridere. Formaggio non significa più niente, ecc… Solite cose, insomma.
Poi aspetta un’ora, aspetta due, un giorno, una settimana. Un mese. Niente. Formaggio non tornava. Mia mamma mi chiedeva vuoi il formaggio? e io abbassavo gli occhi, che per quanto ne sapevo magari mi stava chiedendo se volevo delle frustate. Così io rispondevo no, grazie, oppure ora no, ecc.
Come andò a finire, vi starete chiedendo?
Non è più tornato. Punto. Attualmente non so cosa voglia dire formaggio. Lo leggo scritto ed è come se leggessi peraniteva. Ho difficoltà a scriverlo e a pronunciarlo correttamente. Tengo la parola formaggio nel control+V e quando mi serve, di rado invero, lo incollo così com’è. Non riavvio mai il pc (infatti vi sto scrivendo da un Win3.11).
Da allora non ho più fatto il gioco di far sparire le parole. O meglio, l’ho fatto con parole a perdere, tipo gastroenterite o pedissequo che anche se le perdevo non sarebbe caduto il mondo. Ma sono beffardamente tornate dal limbo.
Forse un giorno tornerà anche formaggio, chissà. Forse un giorno mi sveglierò e dirò porco cazzo, ecco cosa vuol dire formaggio! E finalmente potrò usarlo (assumerlo? indossarlo?) di nuovo.
Sarà un bel giorno quello.

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tartaro

Tic.
Tic.
Tic.

Che cazzo è?
Guardo l’ora: 5.21 del mattino.

Tic.

Sassi contro la finestra.

Tic.

Mi alzo, piano, dolente e mi affaccio. Uno sconosciuto sta tirando piccoli sassi verso la mia finestra.

“Beh?”
“Salve.”
“Che fa?”
“Mi scusi se la disturbo, mi chiedevo se volesse venire con me?”
“Ma lei è fuori, sono le 5 e mezza…”
“Lo so, è che tra un’ora arrivano… quindi sto chiedendo ad un po’ di gente se vuole venire…”
“Ma venire dove?”
“Alla spiaggia… tra poco le tartarughe si tufferanno in mare…”
“Ah, cazzo, è vero!”
“Che fa? Viene…”
“Non so, aspetti… ma dopo ci si imbriaca di Averna?”
“Certo, come sempre… allora, scende?”
“Tartarughe, all’alba, con sconosciuti… effettivamente… aspetti solo un secondo.”

Rientro nella stanza calda e apro il cassetto, prendo la mia Luger 7.65mm e mi affaccio di nuovo, tenendo le mani basse:
“Arrivo, sto cercando le scarpe.”
“Ok, ma faccia in fretta, ormai è ora.”
“Aspetti… un secondo”
Prendo il silenziatore e lo avvito rapido alla canna della Luger. Mi sporgo appena.
“Mah che…”

Due piccoli colpi, silenziosi.
Ripongo la Luger e da sotto il letto prendo il mio fucile da cecchino Remington 700-A, mi allaccio le scarpe, bacio P e prendo la sacca dei proiettili. Poi scendo in strada.
Lentamente arrivo alla spiaggia e mi sistemo al riparo, tra una duna e dei cespugli.

Piccole macchine scure avanzano dall’entroterra e si gettano stupidamente in mare. Spengo la sigaretta, carico un paio di colpi e imbraccio il fucile.
Faccio saltare un paio di testuggini, che esplodono in aria spruzzando se stesse e schegge di corazza.
Carico altri colpi. Un coglione esce dal nascondiglio, per vedere cos’è accaduto alle care tartarughe.
La croce del mirino è proprio sulla sua testa. Pum.

Urla varie.

Torno a letto.

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Fn+F5

Che io fossi un geek era stato ampiamente dimostrato una settimana fa, quando alla domanda ‘dov’è papà‘, la piccola M si sbracciava verso il computer spento, tra l’imbarazzo dei presenti. Pensando ad un lapsus, la domanda veniva riproposta, con sfumature diverse, ma M non voleva sentire ragioni. Indicava il pc e la sedia vuota, come una lapidaria sentenza.
Tuttavia una riprova della mia tecno-morbosità l’ho avuta ieri sera ad una riunione di robe dell’asilo, un classico appuntamento al quale si inizia ad andare in due, pieni di entusiasmo, poi in uno, poi al massimo qualche nonno, poi nessuno, nascondendosi in una fitta trama di scuse.
In ogni caso ieri sera ero li, seduto vicino a P, in attesa che la riunione iniziasse e la scena che avevo davanti era questa: un tavolo, un portatile, un videoproiettore, una vecchia.
A questo punto, se voi mettete insieme questi elementi, è altamente probabile che gli effetti siano l’opposto da quelli preventivati ed è ancora più probabile che il tutto si concluda con la morte di qualcuno.
Osservavo curioso l’approccio della vecchia al portatile e il colorito purpureo del suo volto non faceva presagire nulla di buono: aveva iniziato a collegare il videoproiettore ad ogni pertugio libero del portatile, soffermandosi particolarmente sull’accoppiata cavo video/porta usb, ma la scritta "NO SIGNAL" continuava a lampeggiare gigante alle sue spalle come un sinistro epitaffio.
La vecchia, è chiaro, si era resa conto ben presto che non sarebbe mai riuscita a far funzionare il tutto, e intervallava i suoi inutili tentativi farfugliando frasi senza senso, rivolta all’assemblea, che già iniziava a spazientirsi.
La scena penosa iniziava a provocarmi un certo fastidio. Una strana forma di empatia verso il portatile mi portava a sentire fitte dolorose al petto. La vecchia intanto si era quasi spogliata, il suo volto era violaceo e madido di sudore, il portatile era stato riavviato già sei volte, come un rito cabalistico, e ad ogni jingle di chiusura di windows i presenti vociferavano sempre di più.
Qualcuno nei posti dietro si stava organizzando in una sommossa.
Intanto il mio dolore al petto aumentava e la vecchia iniziava a piagnucolare, giocandosi la carta del guasto tecnico, ma il direttore dell’asilo, al suo fianco, l’aveva stoppata in malo modo, assicurando che ieri tutto funzionava perfettamente.
Allora decisi di farmi avanti per cercare di salvare il portatile:
"Scusate, vedo che c’è qualche problema, se vuole posso dare un’occhia…"
"Ah, grazie", rispose la vecchia come risorta.
"No. Deve farcela da sola."
"Mi scusi, signor Direttore, io non credo di farcela…"
"Taci tu e cerca di far funzionare questo cazzo di proiettore!"
"Guardi, la signora mi sembra un po’ in diffico…"
"Torni al suo posto."
Così tornai a sedere, mente la vecchia tentava per l’ennesima volta di collegare il cavo video alla presa di rete della stanza. Improvvisamente una scritta iniziò a lampeggiare sul muro "WARNING OVER HEAT!" mentre un fumo azzurrino si alzava dal proiettore.
"Lo spenga, signora…"
"Zitto lei, non si impicci!"
"Ma sta bruciando!"
Alcune piccole fiamme iniziavano ad alzarsi dal corpo del proiettore.
"Signora Calloni, faccia funzionare questo arnese!"
"Ma signor Direttore…"
"La smetta di frignare, attacchi quel cazzo di video!"
Il fumo era sempre più scuro.
La stanza iniziò rapidamente a svuotarsi, le persone disordinatamente raggiungevano l’uscita, rovesciando sedie e abbandonando cappotti, mentre sul muro, sotto la scritta, apparivano dei teschi e un fischio intermittente usciva dal proiettore.
Feci un ultimo tentativo "Spenga quell’affare, cazzo, sta per esplode…", ma il direttore mi prese la gola e mi respinse, mentre la vecchia si accovacciava in un angolo, coprendosi la testa.
Il direttore, sputando, iniziò ad urlare "Dove andate tutti? Tornate qui, tornate qui…"
P mi strattonò e uscimmo correndo dalla stanza, mentre le urla folli del direttore venivano coperte del fischio, sempre più acuto, del proiettore. Poi la deflagrazione.

Tornando a casa, in macchina, eravamo silenziosi.
Dopo un po’ P mi chiese: "Era Fn-F5, vero?"
"Si."
"Peccato per la signora Calloni."
"Già. Peccato."

Molti camion dei pompieri sfrecciavano nella corsia opposta.

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