Archivio per Ottobre, 2005

Marylin Moroidi

le form crollarono
i fiumi ribollirono
i mari si ritrassero

ormai perito,
trovò le forze

e fu fulgido

www.stranigiorni.com

nuova versione

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Compact Framework

Questa settimana, la 43esima, non avrà il suo post.

Sono prosciugato di ogni liquido a causa di una form doppiamente istanziata, e sto lentamente capitolando. La garbage collection non funziona e le mie procedure inghiottono memoria a più non posso, come mefitiche macchine infernali. La mia pelle si screpola e i miei occhi si spengono.

Quale morte più straziante di questa? Un programmatore che si consuma lentamente donando sé stesso, come estremo atto d’amore, alle applicazioni che egli stesso crea, sempre più avide di memoria e risorse. C’è poca differenza tra questa e altre storie, in cui le madri i padri, pietosi, vengono malmenati, uccisi, umiliati da figli drogati di dissolutezza e videopoker. Padri e madri colpevoli di troppo amore, o di troppo lassismo.

Ho fallito, come loro, nel crescere questo programma, non l’ho curato, sono stato egoista e distratto. E ora lo vedo, al bar, con gli amici, mentre spende le poche risorse che mi sono rimaste.

Sempre di più. Sempre più in fretta.

Lo vedo salire le scale, con i suoi patetici compagni di sventure.

Hanno una spranga.

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we are gonadi, forever you and me

L’altro giorno parlavo di frutta con mia cognata D.
(Ok, non sarà molto virile, ne convengo, ma sarebbe stato peggio avessimo parlato di borse frigo, no? E comunque non erano banane.) Dicevo, frutta e verdura, comprate a casse dalla cooperativa biologica, per sentirsi no global, sentirsi ok, sentirsi giusti e fautori di un mondo migliore… anche se questi della cooperativa biologica magari la frutta la comprano alla coop, raddoppiano il prezzo, la rotolano nel guano e te la presentano come costoso brandello di natura ancora intonso, mentre lo scontrino ancora svolazza nell’aria (e ci raccolgono pure i punti fedeltà).
Fattostà che per un bisogno di sentirsi ok e RDT (know what i mean, P?) la frutta andava comprata lì, nell’ultimo avamposto della Creazione, schifando gli onesti pakistani all’angolo che avevano frutta OGM biologica da coltivazione idroponica vegana senza glutine, probiotica, low fat e low price e che, all’occorrenza, appoggiata al cellulare ti aumentava il campo di una tacca.
Così "frutta + guano a costo maggiorato" era il tema, e si discuteva di quante e quali casse ordinare, e io mi sentivo già okkupato nei miei no-logo pensieri e mi immaginavo di indossare un passamontagna arcobaleno ottenuto intrecciando fibre di pesca, guano avanzato e peli corporei, quando mia cognata, ignara e candida, lucidando il suo machete G8ino, mi fa: "Beh, voi ne prenderete di più, no? insomma, avete una vita più regolare…"
D’improvviso una frustata all’ego. Il tempo di chiedermi che caz e ho realizzato.
Mi sono seduto, e mentre la parola REGOLARE continuava a risuonare, tetra e rallentata, nella mia testa, è arrivato Muccino, vestito di bianco, che mi ha messo una mano sulla spalla e ha sussurrato: "Hai 30 anni e una vita REGOLARE."
Cristo santo! Ecco. Io, che avevo sempre cercato di NON avere una vita regolare, anche se ok, risparmiatemi la paternale, questo atteggiamento era comunque conformista quanto AVERE una vita regolare, beh, io proprio io ora venivo additato, come un re nudo, a modello di vita regolare…
Non sapevo che fare. D’altronde era vero. Non potevo negarlo. La mia vita ora era fottutamente regolare, e la gente si aspettava da me che acquistassi più frutta e verdura bio degli altri.
Non faceva una piega. Sei regolare? Cazzi tuoi, beccati la frutta maggiorata, e beccatene tanta, perché lo sappiamo che la sera te ne stai in casa a guardare l’isola dei famosi, sgranocchiando un sedano ricoperto di sterco.
Che cazzo. Ero tentato di rispondere "see i maroni, io faccio un solo pasto al giorno, io. E a base di sola maionese.. e mi drogo, fumo, bevo, piscio senza tirare su l’asse. Non svuoto mai la lavastoviglie e – infine – strappo la cartigenica non secondo le linee tratteggiate…", ma Muccino translucido e triste scuoteva la testa… così, chinando il capo, ho balbettato, mentre il Vate fluttuando mi porgeva un sedano marrone:
"si, ok… accreditatemi 15 casse." e ho addentato l’amaro frutto.

Molto amaro.

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Un problema dei nostri tempi

Se c’è un problema che affligge la società moderna, questo è senza dubbio il peto in aereo.
Pensateci, quante volte vi siete trovati a faccia a faccia con questo indesiderato ospite? Lo faccio? Lo tengo? Lo maschero, rischiando il fall out? Oppure lo sopprimo, a costo di dolorose bolle intestinali? Problemi grossi. E scomodi. Che fare, quindi?
Proverò a dare una risposta.
La cosa è certa, e per certi versi, e a mio avviso dogmatica: non si può, durante il tragitto in aereo, recarsi in bagno e mollare la bomba, come potremmo fare in treno… uno si alza, barcolla verso la ritirata e già rischia di sganciarla per strada (il che sarebbe terribile, visto che il gas partirebbe ad altezza viso degli altri passeggeri), ma una volta giunto a destinazione sarebbe tutt’altro che finita: io, ad esempio, sono alto e nei bagni dell’aereo devo stare piegato, chinato in avanti, con la fronte appoggiata alla parete per non oscillare, e in queste condizioni, dovendo controllare minzione e flatulenza, alla meglio vi pisciate sulle mani, alla peggio sui pantaloni. Raggiungete il dramma quando insieme al peto vi parte il pezzo grosso, e, una volta usciti dal cesso, cacati e pisciati come un barbone, decidete di dirottare l’aereo.
Quindi niente toletta, non ci si può liberare del peto così frettolosamente. Va gestito, al meglio.
Lo stratagemma che ho escogitato in questi anni, e che sono ora a consigliare, si basa pertanto sul rilascio lento e controllato del gas, in modo che possa essere catturato e incamerato (e di conseguenza disinnescato) dall’imbottitura del sedile su cui sedete. Farlo è più complicato di quanto non sembri: è necessario un elevato autocontrollo, per poter comandare i muscoli in modo preciso e calibrato, bisogna essere lenti ma non troppo: l’eccessiva precauzione, oltre a tenere troppo a lungo i muscoli in tensione, vi dipinge in volto un’espressione ebete, rossiccia e poco intelligente che porterebbe la gente rapidamente ad accorgersi di ciò che state facendo e a pensare "ehi quel coglione sta scoreggiando".
Lenti, ma decisi, dunque, delicati, ma forti. Una passeggiata sulla fune, a dieci mila metri da terra.
E se sbagliate una virgola, un’inezia, siete fottuti: il fragile equilibro si spezza, le forze in gioco (pressione del gas, pressione dei muscoli) non si bilanciano più e il peto parte, beffardo, strombazzando la libera uscita.
Non è facile, affatto. Ho scritto questo post per voi, per donarvi questa tecnica, che ha radici antiche, ma moderne, e nella quale mi sto esercitando maggiormente ogni anno che passa.
Non sono ancora un maestro, nella mia carriera ci sono trofei, e tanti, ma anche cocenti sconfitte. Come New York, dopo 10 ore di volo, giunto al JFK, mi sono alzato… ma qualcosa è andato storto e il sedile non ha retto, rilasciando in un sol colpo dieci ore di attività compressa e già marcescente… (e dio solo sa, magari anche di passeggeri precedenti) inutile dire che ho guadagnato velocemente l’uscita dell’abitacolo, seguendo un sentiero luminoso di fuck off.
Oppure Parigi, ah, la grande traditrice… un tragitto breve, sedili comodi e spaziosi, una distrazione di troppo e il gas che non entra nel sedile, ammorbando così un’area di 4 sedili x 4… mi volto verso P che sgrana gli occhi, e, appuntandomi mentalmente di farmi carico del trauma che questo dovesse procurarle in futuro, guardo la piccola M, ignara nei sui 10 mesi e dico a mezza voce "Eh, M, ne abbiamo fatta una?"

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Il Fantasma, ricorre.

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