Archivio per Maggio, 2005

esame 1

Che
poi a pensarci uno si chiede, ma come cazzo facevamo noi? I nostri
volti sono forse bruciati da sole? La nostra pelle è piagata? Le nostre
pupille sono forse bianche e cieche? No cazzo. Siamo sopravvissuti.
Siamo sopravvissuti alle gite in macchina senza tendine parasole. O no?
Quando ero piccolo io, no, certo non c’erano. C’erano per il lunotto
posteriore, quelle grigie, traforate, di plastica, che si srotolavano.
Orrende e forse di dubbia utilità, ok, ma non c’erano quelle per i
finestrini, rigide, in fibra di carbonio, con qualche merdoso
personaggio disney.
E sono comunque sopravvissuto.
La settimana scorsa, alla vigilia del primo viaggio con M, infante,
abbozzo: copriamo il finestrino con un asciugamano, che incastreremo
previamente nella fessura, no? Idea geniale, semplice, autoctona, a
costo zero, in odore di anni 70. Vengo deriso. Così stacco l’adesivo
dei conigli che si ingroppano, il pomello del cambio con il teschio e
ritorno in me. La soluzione proposta viene bocciata.
Mi reco al supermercato, triste, alla ricerca di una fottuta tendina parasole.
Entrare nel reparto apposito è come picchiettarsi un marone con un
martellino da restauro. Selve di personaggi inanimati, congelati in
pose ritenute simpatiche, ti invitano all’acquisto dalle tendine su cui
sono disegnati. Una foresta fossile di tristezza.
C’è gatto silvestro con titti, pippo in macchina, paperino sotto un albero.
Non c’è nulla di più infelice. Come se un bambino di 5 mesi trovasse
divertente osservare per 4 ore filate il pesciolino nemo che fa
l’occhiolino. Ma ti strappo gli occhi a morsi, cazzo. Che senso ha
mettere un disegno così? A chi serve? A me che guido? A M che non lo
caga? Ai passanti che vedono la mia macchina e osservando topolino si
danno di gomito ridendo e pensando “Ah, ah che ridere, e che simpatica
quella tendina parasole, chissà in quella macchina si devo divertire da
pazzi, ah ah.”
Sto per capitolare, la mia ricerca di decenza è vana e sto cercando una
motivazione per convincere P ad adottare il mio rimedio casalingo,
quando improvvisamente, eccola.
Nascosta, come una nobile decaduta, la trovo.
Una tendina parasole senza niente, né marchi, né scritte, né winnie the
pooh che tenta di inchiappettare un maialino rosa: una tendina
completamente nera, discreta, funzionale. Con le sue belle ventose.
E dal prezzo irrisorio.
La prendo e la schiaffo nel carrello, con gioia, tra gli sguardi degli stupidi abitanti della foresta dell’infelicità.
Poi lascio il reparto ed emetto un lungo e silenzioso peto, in segno di sfregio.

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santo subito

Se
mai nella mia vita dovessi diventale cardinale, vorrei partecipare ad
un conclave. Non me ne voglia Ratzinger, non voglio pensionarlo, con
tutto quello che implica la dimissione per un Papa, però penso di avere
un candidato che ritengo migliore.

Invano ho sperato il
mese scorso che dicessero il suo nome, ero fiducioso, però niente,
vabbè è uscito Ratzinger, ok, è onesto, sarà per la prossima. Voglio
dire, magari tra 20 anni, con un po’ di impegno… si comincia da
questo blog, se ne parla, la gente riflette, c’è tempo. Io getto un
sassolino.

Ratzinger è uno
studioso, un teologo, credetemi lo stimo, è che… uff, il mio
candidato è più… più, opportuno, ecco… è un uomo pratico, forse non
sarà una cima, probabilmente non sa neanche il latino, però è uno
leale, che si da un gran daffare. Insomma lo vedrei proprio, sullo
scranno di Pietro. Secondo me potrebbe fare bene. Ah, poi qualora
morisse, il mio candidato (e comunque prima o poi avverrà, Papa o meno,
visto che spesso dà fastidio a potenti e manigoldi) la causa di
beatificazione potrebbe essere avviata all’istante, perché lui di
miracoli ne ha già fatti, una volta ha salvato un neonato che non
respirava più, un roba che quasi mi veniva da piangere, poi ci fu anche
una visione, e il Natale e una bimba con un cuore non suo, insomma ogni
volta che lo vedo, il mio candidato, succedono cose strane, che vi devo
dire?

Forse dovrebbe
tagliarsi la barba, per fare il Papa, e magari anche un po’ i capelli
(effettivamente lo scopettino che ha sulla nuca non è bello subito)
però chi può dirlo, forse li risiede la sua forza, come Megalomen.

Comunque già mi vedo,
al conclave, mentre mi guardo intorno, guardo gli altri cardinali che
mi annuiscono sorridenti, come per dirmi “ok, SG, lo sappiamo per chi
votare, ci hai aperto gli occhi” e cominciano a vergare il nome sul
foglio… così inspiro profondamente e, con la fermezza dei giusti,
imprimo un nome:

Walker Texas Ranger.

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Festa parrocchiale: ICB

Volge
ormai agli sgoccioli, la festa. Siamo rimasti in una ventina non di
più, seduti nelle panche sotto il tendone stile festa dell’unità. Chi
finisce la crescentina al prosciutto, chi le patatine, chi dice le
ultime cazzate, stringendosi nella felpa umida.
Le cose si avviano lentamente alla fine come è giusto debba essere, la sera.
L’infreddolito coglione al piano bar, sta concludendo il repertorio. “Spider man” è il finale. Finisco la birra, con un presagio.
Mi guardo in torno, alcune persone stanno già smontando la baracca,
tavoli e sedie. “Si, è proprio finita”, mi dico, scacciando strani
pensieri. E lo stanco emulo di Michael Bublè comincia a mettere via
l’attrezzatura, come per darmi ragione.

Ma il presagio batte sulle tempie e, no, non è ancora il fondo.
Siedo e attendo. Ad un certo punto lo vedo e capisco chi ci traghetterà all’inferno, questa sera.
Un uomo prende il microfono e si presenta: è Il Comico Bruno.
Io e gli altri ci guardiamo, chi ride nervosamente, chi ostenta sicurezza. Il Comico Bruno inizia.
La prima battuta nasce male, Il Comico Bruno
si deve interrompere per far passare una vecchietta. Ricomincia, ma
nessuno capisce quando la battuta finisce. Nessuno ride. Qualcuno
tossisce.
In lontananza si sente un passaggio a livello.

Il Comico Bruno
incassa e contrattacca, la seconda battuta ha, se possibile, esiti più
disastrosi: sbaglia un pezzo, il microfono fischia e si perdono dei
pezzi della gag. Nessuno, ancora, applaude o ride.
Un neonato piange.
Il Comico Bruno chiede un applauso: qualcuno glielo accenna, altri se ne vanno.
Nelle nostre facce non c’è traccia di vita, inizio a temere il peggio.
Si spengono alcune luci del tendone, Il Comico Bruno inizia una barzelletta sulla politica, che già girava su Arpanet nel 1971, leggendo da un foglietto.
Alla fine della lunga e insulsa barzelletta segue un lungo silenzio.
Il comico farfuglia qualche parola, priva di senso. Una macchia scura appare sui suoi pantaloni, sul davanti.
Con rapidità io e gli altri ci alziamo dal tavolo, uscendo dal tendone, mentre ci lasciamo alle spalle le urla scomposte de Il Comico Bruno.
Infine il silenzio.

E uno sparo.

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