Che
poi a pensarci uno si chiede, ma come cazzo facevamo noi? I nostri
volti sono forse bruciati da sole? La nostra pelle è piagata? Le nostre
pupille sono forse bianche e cieche? No cazzo. Siamo sopravvissuti.
Siamo sopravvissuti alle gite in macchina senza tendine parasole. O no?
Quando ero piccolo io, no, certo non c’erano. C’erano per il lunotto
posteriore, quelle grigie, traforate, di plastica, che si srotolavano.
Orrende e forse di dubbia utilità, ok, ma non c’erano quelle per i
finestrini, rigide, in fibra di carbonio, con qualche merdoso
personaggio disney.
E sono comunque sopravvissuto.
La settimana scorsa, alla vigilia del primo viaggio con M, infante,
abbozzo: copriamo il finestrino con un asciugamano, che incastreremo
previamente nella fessura, no? Idea geniale, semplice, autoctona, a
costo zero, in odore di anni 70. Vengo deriso. Così stacco l’adesivo
dei conigli che si ingroppano, il pomello del cambio con il teschio e
ritorno in me. La soluzione proposta viene bocciata.
Mi reco al supermercato, triste, alla ricerca di una fottuta tendina parasole.
Entrare nel reparto apposito è come picchiettarsi un marone con un
martellino da restauro. Selve di personaggi inanimati, congelati in
pose ritenute simpatiche, ti invitano all’acquisto dalle tendine su cui
sono disegnati. Una foresta fossile di tristezza.
C’è gatto silvestro con titti, pippo in macchina, paperino sotto un albero.
Non c’è nulla di più infelice. Come se un bambino di 5 mesi trovasse
divertente osservare per 4 ore filate il pesciolino nemo che fa
l’occhiolino. Ma ti strappo gli occhi a morsi, cazzo. Che senso ha
mettere un disegno così? A chi serve? A me che guido? A M che non lo
caga? Ai passanti che vedono la mia macchina e osservando topolino si
danno di gomito ridendo e pensando “Ah, ah che ridere, e che simpatica
quella tendina parasole, chissà in quella macchina si devo divertire da
pazzi, ah ah.”
Sto per capitolare, la mia ricerca di decenza è vana e sto cercando una
motivazione per convincere P ad adottare il mio rimedio casalingo,
quando improvvisamente, eccola.
Nascosta, come una nobile decaduta, la trovo.
Una tendina parasole senza niente, né marchi, né scritte, né winnie the
pooh che tenta di inchiappettare un maialino rosa: una tendina
completamente nera, discreta, funzionale. Con le sue belle ventose.
E dal prezzo irrisorio.
La prendo e la schiaffo nel carrello, con gioia, tra gli sguardi degli stupidi abitanti della foresta dell’infelicità.
Poi lascio il reparto ed emetto un lungo e silenzioso peto, in segno di sfregio.
poi a pensarci uno si chiede, ma come cazzo facevamo noi? I nostri
volti sono forse bruciati da sole? La nostra pelle è piagata? Le nostre
pupille sono forse bianche e cieche? No cazzo. Siamo sopravvissuti.
Siamo sopravvissuti alle gite in macchina senza tendine parasole. O no?
Quando ero piccolo io, no, certo non c’erano. C’erano per il lunotto
posteriore, quelle grigie, traforate, di plastica, che si srotolavano.
Orrende e forse di dubbia utilità, ok, ma non c’erano quelle per i
finestrini, rigide, in fibra di carbonio, con qualche merdoso
personaggio disney.
E sono comunque sopravvissuto.
La settimana scorsa, alla vigilia del primo viaggio con M, infante,
abbozzo: copriamo il finestrino con un asciugamano, che incastreremo
previamente nella fessura, no? Idea geniale, semplice, autoctona, a
costo zero, in odore di anni 70. Vengo deriso. Così stacco l’adesivo
dei conigli che si ingroppano, il pomello del cambio con il teschio e
ritorno in me. La soluzione proposta viene bocciata.
Mi reco al supermercato, triste, alla ricerca di una fottuta tendina parasole.
Entrare nel reparto apposito è come picchiettarsi un marone con un
martellino da restauro. Selve di personaggi inanimati, congelati in
pose ritenute simpatiche, ti invitano all’acquisto dalle tendine su cui
sono disegnati. Una foresta fossile di tristezza.
C’è gatto silvestro con titti, pippo in macchina, paperino sotto un albero.
Non c’è nulla di più infelice. Come se un bambino di 5 mesi trovasse
divertente osservare per 4 ore filate il pesciolino nemo che fa
l’occhiolino. Ma ti strappo gli occhi a morsi, cazzo. Che senso ha
mettere un disegno così? A chi serve? A me che guido? A M che non lo
caga? Ai passanti che vedono la mia macchina e osservando topolino si
danno di gomito ridendo e pensando “Ah, ah che ridere, e che simpatica
quella tendina parasole, chissà in quella macchina si devo divertire da
pazzi, ah ah.”
Sto per capitolare, la mia ricerca di decenza è vana e sto cercando una
motivazione per convincere P ad adottare il mio rimedio casalingo,
quando improvvisamente, eccola.
Nascosta, come una nobile decaduta, la trovo.
Una tendina parasole senza niente, né marchi, né scritte, né winnie the
pooh che tenta di inchiappettare un maialino rosa: una tendina
completamente nera, discreta, funzionale. Con le sue belle ventose.
E dal prezzo irrisorio.
La prendo e la schiaffo nel carrello, con gioia, tra gli sguardi degli stupidi abitanti della foresta dell’infelicità.
Poi lascio il reparto ed emetto un lungo e silenzioso peto, in segno di sfregio.

