Archivio per Marzo, 2005

rusty shit

È il 1982.
È una di quelle mattine in
cui, al suonare della sveglia, un genitore inizia a bestemmiare e la
bocca piena di saliva rafferma si contrae in una smorfia: è domenica,
sono le settemmezza e c’è la gara di nuoto di tuo figlio.

Io, sette anni di strani
giorni, me ne sto li, negli spogliatoi, pronto per la gara. Con
ciabatte, accappatoio, costume olimpionico e cuffia, una di quelle
cuffie in gomma di una volta, che ti strappano il 70% dei capelli e ti
arricciano il cuoio capelluto come una sacca scrotale.

Sono li, dunque, solo e
dolorante. Mi scappa una cagata mostruosa… forse il freddo dello
spogliatoio, o il gelo dell’inverno. Non so, ma preme. Tremendamente.
Il genitore è già salito in tribuna e la gara inizierà a breve.

Così mi reco adagio nel più vicino cesso, titubante, mi denudo frettolosamente ed esplodo sulla turca.
Ahh, che liberazione,
penso, ora puliamoc… ma come nelle più fruste gag, l’unico avanzo di
carta igienica è quel brandello incollato al cartoncino rotondo. Lo
strappo meticolosamente, al pari di un Gronchi Rosa, e con esso compio
una nettatura di rara maestria.

Ma ahimé il destino è cinico e baro e il piccolo lembo di carta non basta.
L’angoscia aumenta, la
fretta preme alle tempie. Guardo l’accappatoio invitante e fresco. È
blu scuro, ok, ma non troppo. Gioco il fante e mi assumo ogni
responsabilità. Impugno l’accappatoio e sonoramente mi ci pulisco il
culo.

Poi mi ricompongo, con uno strano sorriso e raggiungo la piscina.

Sono in fila con altri bambini, davanti agli attaccapanni. Queruli teppisti infreddoliti.
Si lasciano le ciabatte, si lascia l’accappatoio.

Ad un tratto, il bambino di
fianco a me, osserva con aria poco intelligente l’accappatoio che ho
appena appeso e indica una vistosa striscia scura: “Hey, è sporco di
ruggine.”

Lo guardo dritto negli occhi: “Si, si.”

Non ricordo il piazzamento
che raggiunsi quel giorno, probabilmente fu tra gli ultimi, come era
mia consuetudine, ma ricordo chiaramente l’episodio e la lezione che ne trassi.

Se scambi la merda per ruggine, sei veramente un coglione.

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audiopost

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i miei perchè

Vi ho riflettuto a lungo, ma non ho trovato risposta.

Non vorrei essere frainteso, o quantomeno apparire superficiale, dando
voce a questi interrogativi di poco conto. Invece è proprio perché non
sono superficiale che mi chiedo il perché di tutto questo, il perché di
questi fatti scomodi, invisi alla società. Da tempo, troppo tempo,
ormai rifletto su queste vicende, ma niente, alcuna spiegazione
illumina il mio percorso, la mia ricerca.
E’ ormai chiaro a cosa mi riferisco.
Perché i produttori di biscotti da té si ostinano a produrre quelli con
il blocco di marmellata solidificata quando è ormai chiaro che fanno
cagare a tutti?
Pensateci: quante volte avete notato che proprio quelli erano rimasti
nel piatto, quando wafer, biscotti al cioccolato e compagnia bella
erano stati alacremente spolverati? Quante volte, vinti da
un’inspiegabile ingordigia, ne avevate mangiato uno, salvo poi maledire
all’istante la vostra impulsività quando il grumo cementizio rosso si
era attaccato ai denti, facendo temere il peggio? Ma allora, porca
troia, perché la Bahlsen e soci si ostinano a metterli? Voglio dire,
fossero prodotti a costo zero, ok, magari se si ottenessero con gli
scarti di lavorazione di altri, come i boli di cioccolato di
pasticceria, ok, ma no miei cari qui ci vuole una lavorazione
particolare, ci vuole la marmellata, ci voglio altri macchinari…
quindi esiste proprio una volontà precisa e criminale di produrre quei
cazzo di dolcetti. O no?
Ma soprattutto, mi domando infine, perché a me piacciono? Io, giuro, ne
vado matto, sogno il momento del té perché, fisso, ne rimangono sempre
8-10 sul piatto, come vecchie prostitute che nessuno sceglie. E me li
ficco tutti in bocca, in maniera sgraziata e compulsiva, formando un
grumo informe di pasta, marmellata granitica e protesi dentarie
saltate.
E godo, come un bambino.

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primula rossa

 

L’identikit
dell’imprendibile capo di Cosa nostra è stato reso noto nel corso di
una conferenza stampa alla questura di Palermo dal procuratore Pietro
Grasso, dal prefetto Nicola Cavaliere, capo del Dipartimento
anticrimine centrale della polizia e dal questore del capoluogo
siciliano Giuseppe Caruso.


Più tardi, hanno riferito le fonti, lo stesso procuratore Grasso
nell’atto di lasciare l’aula è stato arrestato dalle forze dell’ordine,
in quanto perfettamente somigliante all’identikit.


Laconico quanto piccato il suo commento: “Teste di cazzo, non sono io!”.


Chiarito lo spiacevole l’equivoco, poi, è giunto un comunicato di scuse dal comando di Palermo.

Nella foto: il procuratore Pietro Grasso mostra l’identikit di Bernardo
Provenzano.

 

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