Archivio per Gennaio, 2005

mmmnnnniente

Avete
presente la pubblicità di qualche merendina a caso? Un bimbo dalla
fronte di 1 km quadrato torna a casa da scuola e alla domanda della
mamma “cosa hai fatto oggi?” risponde un “mmmnnnniente” strascicato,
mentre musoneggia e una marcetta parte come una scoreggia… bene io li
odio, non reggo madre, figlio e musichetta. Vorrei essere la madre per
prendere una mannaia dalla sfera di controllo Accugrip, abbatterla sul
bimbo inerme mentre ripensa alle sue marachelle scolastiche e farlo a
pezzi.

“Cosa hai fatto oggi?”
“Mmmnnnniente…”

La mannaia si abbatte. Via una mano.

“Che cazzo ti mando a fare a scuola?”
“Ahhhh… troia!”

La mannaia si abbatte ancora. L’ampia fronte del bambino saccente si divide in due.

Sangue e cerebro colano sulla merendina.

Fine.

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IODIO

Odio
il Comic Sans.

Cazzi
tuoi, potreste rispondere, ok ci sto, ma guardati, guarda il tuo sorriso ebete,
tu che hai appena selezionato Comic Sans dalla combo dei font di word, mentre
compiaciuto osservi il risultato: il volantino per il tuo ufficio è pronto, il
nuovo post è completato, l’invito alla festa di tuo figlio è ultimato. E su
tutti grava come un cancro informatico l’orribile font che hai scelto, nella
tua ristrettezza mentale.

So
di dimostrarmi integralista, so di suscitare odio a mia volta con queste mie
parole, ma non posso farci niente… ne ho parlato con qualche persona, ne ho
parlato con P, ma niente, l’odio per lo stupido carattere ogni volta riaffiorava
come un cadavere gonfio e livido dalla palude dal mio ego.

In
dieci anni di attività informatica non sono poche le cose che mi hanno
rattristato, scosso, debilitato, ma mai nessuna quanto la banalità dell’uso di
quell’obbrobrio.

comic sans = scarsa inventiva, è assiomatico, chi
lo usa denota una piattezza artistica inequivocabile. Non hai mai notato che
quel carattere è ovunque? L’abuso a cui è stato sottoposto l’ha trasformato
nell’arma dei poveri, nella firma stessa del pattume che ci circonda.

Fatti un esame di
coscienza: quante volte l’hai usato?

La prossima volta.
Pensaci

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F.E.A.R.

Quando è stata l’ultima volta che
avete avuto paura? Non paura in senso lato, non prosaica e ciellina paura di
questo mondo di merda, delle guerre, dell’aids, dell’aida, degli tsunami…
(perchè diciamolo chiaramente: al 99% tu che stai leggendo non morirai in
guerra, di tsunami, o terremoto… finirai la tua vita in pantofole, mangiando
semolino freddo, con un decoder digitale terrestre infilato nel culo), ma paura
quella vera, quella nera, la sana fottuta paura dei bambini, la paura di quando
si scendeva in cantina, al buio a prendere il vino, la paura ancestrale, la
paura dei mostri, la paura di profondo rosso, la paura – ammettiamolo – di the
ring (che quando ho visto il flashback della tipa spappolata nell’armadio, mi
si è seccato lo scroto)… quando avete avuto paura, ultimamente?

L’altro giorno. Stavo facendo
delle foto in una casa abbandonata, erano le due del pomeriggio e tutto era
immerso nella nebbia. Nebbia e luce biancastra, di un pomeriggio invernale
altrimenti soleggiato. Avanzavo, schiacciando rami secchi ed erba gelata, verso
le mura spoglie. Atterrito dalla possibilità di trovarci delle sgradite
sorprese, mi chiedevo chi fosse al corrente della mia presenza li. Nessuno. Non
mi avrebbero trovato mai. Ogni tanto mi voltavo e vedevo, sbiadita dalla
nebbia, la mia macchina, ferma nella strada sterrata deserta. Tutt’intorno il
niente, la campagna e qualche albero.

Mi sentivo David Hemmings: in
Profondo Rosso, per la location affascinante e sinistra, in Blow Up, per via
della Nikon che stringevo nervosamente.

Alla fine ho fatto poche foto,
perché me la stavo facendo decisamente sotto. Ho respirato un po’ di aria
gelida, inquadrato mura e stipiti divelti e senza aspettare l’arrivo di Faccia
di Cuoio me ne sono tornato a gambe levate verso la Clio ammaccata, che
ammiccando con le quattro frecce, rassicurante mi aspettava.

Mentre tornavo al lavoro.
Sorridevo.

Era andata in scena, la paura.

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una storia che non fa ridere

Piccolo Strani Giorni: Guarda Mamma!
Mamma del Piccolo Strani Giorni: Si, si, continuando a sfogliare una rivista.
PSG: Mamma, sono qui.
MdPSG: Si, certo.
PSG: Dai guardami.
MdPSG: Bello, bello.
PSG: Ma non mi stai guardando…
MdPSG si volta e ha un sussulto.

PSG: Fammi una foto…
MdPSG contrita, sussurra: Si, la gente deve sapere…

MdPSG, una lacrima le riga il volto: Sorridi, piccolo mio, sorridi…


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Non opere di bene ma fiori

Odio i fiori. Non posso farci niente. Forse è da quando, 100
anni fa, risposi SI alla classica ‘ti piacciono i fiori’ del test militare sperando
di essere etichettato come omosessuale e farmi riformare, o forse è da quando
rovinai di faccia nelle ortiche abrasive… in ogni caso ora odio i fiori, odio
il loro commercio, odio la loro sovrastima.

Vita di un fiore:

strani giorni: vorrei dei fiori.
uomo che vende i fiori: quali?
SG: boh, quelli…
UCVIF: 15 euro.

SG paga distrattamente fiori, che ricordiamo sono piante
cresciute dalla terra, ovvero creature prive di senso, e li paga per un valore
di molto superiore al loro valore di mercato (l’uomo che vende i fiori ha
capito che SG è un merlo e ha raddoppiato in scioltezza).

SG porta i fiori a casa, essi vengono riposti in un vaso.

In breve. Muoiono.

7 giorni, neanche fosse “the ring”, i fiori muoiono. Dopo 7
giorni in cui non sono serviti a un cavolo, 7 giorni in cui sono avvizziti,
hanno appestato l’aria, hanno nulleggiato. 7 giorni di vita e si sono
trasformati in becera e nera materia organica dal valore ancor più basso.

Così, scorre altra acqua per pulire il vaso, pulire i
residui, altro spreco. I cadaveri floreali vengono cacciati. E i 15 euro?
Volati, defunti. Non hanno fruttato nulla, hanno arricchito l’uomo che vende i
fiori, creatore del più grande inganno collettivo della storia.

I fiori. Cose inutili, che muoiono rapidamente, ma che
costano soldi veri.

Sogno un futuro in cui, ormai vecchio, come mia nonna mi
racconta di quando lavava i panni ai fiume, racconterò ai miei nipotini
increduli “Pensate che ai miei tempi si regalavano i fiori…”.

E loro con quel misto di incredulità e sospetto di arterio
galoppante: “Ma dai…” (pensando: vecchio rincoglionito ora ti do
un’altra pastiglia….)

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