
“Videmus nunc per speculum in enigmate.”
(San Paolo, Prima Lettera ai Corinzi)
“Vediamo come in uno specchio, in maniera confusa.”
(Philip K. Dick, A Scanner Darkly)

“Videmus nunc per speculum in enigmate.”
(San Paolo, Prima Lettera ai Corinzi)
“Vediamo come in uno specchio, in maniera confusa.”
(Philip K. Dick, A Scanner Darkly)
Effettivamente me l’aspettavo più facile.
È bella, ma decisamente più complessa rispetto alle simulazioni che mi ero costruito in questi mesi. Non mi sto lamentando, sia chiaro, anche perché sarei stupido e irrispettoso verso le situazioni meno fortunate, quindi spero che questo post – che rimarrà unico nel suo genere – non venga letto come sequela di sterili e becere lamentazioni, ma piuttosto come una verbalizzazione delle seghe mentali e delle analisi di questi reali ’strani giorni’ di immersione nel buio e nel silenzio. E nel pensiero.
Nei mesi scorsi, dicevo, ingenuamente pensavo alla paternità come ad una fase in cui ti veniva recapitato questo piccolo bambino o bambina, che ti assorbiva tempo e risorse, ma che lasciava il resto, i tuoi pensieri, le tue idiosincrasie, le tue abitudini personali sostanzialmente inalterate. Pensavo che l’aspetto della vita maggiormente a rischio sarebbe stato quello dei rapporti interpersonali… ovvio, dicevo, meno tempo in generale = meno tempo per gli amici, per le attività esterne… ero quindi convinto che per evitare il classico effetto isolamento sarebbe stato sufficiente fare attenzione a questo e tutto sarebbe filato liscio.
Rapidamente, immergendomi nella reale paternità, mi sono accorto che non erano solo i rapporti interpersonali ad essere a rischio, ma soprattutto quelli personali, quelli strettamente interni.
Il rapporto con me stesso (trovo a fatica il tempo per fumarmi una paglia) e con P (ci incrociamo, a volte, in cucina) è diventato un fragile equilibro che necessita di attenzioni quasi quanto la piccola M e li vanno ora tutte le mie forze residue. Così i miei piani battaglieri per il momento vanno a farsi fottere e la priorità diventa: riconquistare se stessi e P, poi verrà il resto. E se mi isolerò pazienza, vorrà dire che scremerò un po’ di gente. A proposito: l’evento paternità è una ottima cartina tornasole per il giro di amici, rompe gli equilibri e da uno scossone al setaccio: molti restano, alcuni cadono. Altri restano al pelo, ma ti trattano da cavallo zoppo e allora spingo col dito per farli cadere…
Ecco, così ho realizzato quanto è impegnativa la paternità, almeno in questa fase (ma non mi illudo per il dopo, visto la mia scarsa capacità previsionale) e me la tengo comunque stretta per la sua bellezza.
Concludo con questa telefonata:
L: “Ciao SG, come va M?”
SG: “Bene.”
L: “E il resto?”
SG: “L, non c’è il resto.”
A presto. Spero di non essere stato troppo patetico, se lo pensate fottetevi.
Ieri sera sono stato ad una festa di laurea. E uno dei festeggiati, che non conoscevo, fresco e incravattato a guisa d’ingegnere aveva una conformazione cranica alquanto bizzarra. Così mi è tornato alla mente un post che avrei dovuto scrivere qualche settimana fa, caduto poi nel dimenticatoio.
Le ultime lettere di WtP.
Sto sfogliando, sul cesso, nervosamente, il catalogo di un supermercato in cerca di nuovi stimoli, quando il mio occhio si ferma su una pagina, giallina, con due prodotti, due orsetti winnie pooh – vero feticcio moderno – che presentano una strana differenza: uno è alto 20 cm e costa tot, l’altro è alto 50 cm e costa un ¼ di tot.
Mmm, penso. Scoreggio piano, per concentrarmi. Il pupazzetto affetto da gigantismo che costa un quarto del suo fratello minore è sinistramente sbiadito e la sua giacchetta è un po’ deforme. Osservo meglio, la sua testa è enorme, le proporzioni sono tutte sbagliate rispetto all’altro WtP… la testa idrocefalica è quasi cadente sul corpo glabro, il collo sembra spezzato, gli occhi, la bocca e il naso, sono appiccicati appena sopra il collo, creando nella testa gigante una fronte ampia e inquietante. Gli occhi sono spenti, vitrei, il pupazzo non presenta nulla dell’allegria e naturalezza del suo vicino di posto. Un sospetto inizia a farsi strada tra i miasmi. Leggo meglio le didascalie.
Sotto il mostro leggo: “Magic Pooh.”. Scuoto la testa.
Ecco il prometeo moderno, mi dico, simulacro di questa società deforme e patetica: un pupazzo a buon mercato, sgraziato e penoso che rappresenta l’umanità, le persone reali, un pupazzo che tratteggia i giovani, tragici abbozzi di imitazioni dei modelli proposti da tv e media.
Siamo tutti dei fottuti Magic Pooh, sinistri e fallaci tentativi di somigliare ai plastici, inarrivabili, sorridenti Winnie the Pooh di Maria de Filippi.
Tiro l’acqua con un sospiro.
(Il motivo per cui questo post era caduto nel dimenticatoio è chiaro. Però il sonno ancestrale che mi porto dietro e il novello ingegnere, che aveva, giuro, la testa uguale a Magic Pooh, mi hanno fatto raschiare un po’ di grumi dal barile. Senza contare poi che l’aver citato WtP in chiaro mi raddoppierà le visite e soprattutto mi procurerà una diffida da parte della Disney.)
Martedì ho usato i Miracle Blade per la prima volta.
Ieri è nata mia figlia, M.
Quante emozioni!
Mi alzo trafelato, accendo la luce.
Ma è inutile, visto che sono le 11.30 di mattina. Spengo la luce. Le parole di MTT mi risuonano ancora nella testa. Lo sciame di cavallette decolla, arando il mio cervello. La serata al DiGoGo, è stata devastante. Mi sono fatto 3 negroni, ma non il cocktail.
Ingoio due moment, e li caccio giù con un sorso di latte, aperto, sul comodino. Mi vesto e corro alla Mop. Che sia solo un brutto trip? Eppure c’era, l’avevo visto. Avevamo parlato, scherzato. Ci eravamo sfiorati. Con pudicizia.
Parcheggio rapidamente e corro, con il cuore in gola. L’avranno spostato? O ancora peggio venduto? O magari non è mai esistito? Mi tremano le gambe, mentre entro.
Non c’è.
Cazzo. Non c’è più. Mi sento svenire. Fermo un commesso. Riesco a dire poche parole “Paperino, il pupazzo, scusi…”, lui mi sorregge, paterno, e indica il corridoio alla sinistra dell’entrata.
Mi volto ed è come nascere di nuovo.
Eccolo. Intonso, placido, che mi guarda. Che mi aspetta.
“Grazie” mormoro al commesso e vado verso il papero.
“Che spavento mi hai fatto prendere, non farlo mai più…” gli dico mentre lo accarezzo.
Lui mi guarda, sereno.
“Eri qui, sciocco, solo un po’ spostato sulla sinistra, devo dirlo a MTT…”
Poi prendo il telefono, inquadro il busto metallico, e scatto.
Ad eternam.