Archivio per Novembre, 2004

Lola

Montag, l’efebo protagonista di Fahrenheit 451, soleva dire con piglio da navigato ufficiale: “per trovare i libri, devi prima imparare a nasconderli”.

 

Questo concetto, questo pensiero, secondo il quale per ottenere qualcosa, sarebbe prima necessario raggiungere e possedere il suo estremo e successivamente – grazie a quello – conseguire il proprio scopo, ha sempre costituito la spina dorsale della mia filosofia.

Essendo un esteta, avendo come ultimo scopo la ricerca del bello, ho vissuto 29 anni nello studio del suo opposto: il brutto, il nascosto. Il dimenticato. Sono sempre stato attratto dall’olezzo di fallimento, dall’inutile. Solo dopo averlo sviscerato, compreso, interpretato e infine apprezzato, solo allora avrei potuto amare pienamente il bello.

Solo esorcizzandolo il brutto, avrei ottenuto le forme finali e compiute. Avrei ottenuto la perfezione.

 

Ma in questi giorni la mia ricerca tantrica di flussi spirituali ha subito un notevole passo in avanti. La definitiva ascesa all’ascesi è cominciata. Dopo anni di peregrinazioni, analisi, ricerche, penso di aver trovato il fondo dell’oceano, la massima forma depressa dalla quale è possibile voltasi, puntare i piedi e scattare in avanti, purificati ed liberati dal demonio.

In questo mistico lavacro sono giusto alla fine delle mie ricerche. Ho trovato l’oggetto più brutto.

 

Ed è stato come innamorarsi di nuovo.

 

Ma non ne parlerò ora. Il tempo a mia disposizione non è molto.

Lascerò le spiegazioni al prossimo post.

 

(Mi rendo conto che tutto questo è sinistramente simile alle ultime parole di Fermat. In tal infausto caso, tra duecento anni saprete la risposta.)

 

 

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strani giorni

sono caldo
sono calvo


 

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The Day of the Triffids

Ritorna puntuale, come la morte, la pagina dei tributi verso gli oggetti, le realtà, i vissuti in qualche modo legati al trash, elementi dall’esistenza inutile e non particolarmente interessante.

Come il mese scorso ho estratto il mai abbastanza celebrato Spader-Man (sic), dal cilindro dei ricordi, ora è giunto il momento - fruga, fruga - di parlare un po’ di una grandissima Roya. Ovvero di una Megnot.

Ovvero: Roya Megnot.

Chi era costei? La grande Roya era l’attrice che personificava Ava Rescott nella soap “Quando si Ama” ed era veramente grande: il suo faccino era un misto tra Meg Ryan, per via del broncio, e un benzinaio di Termoli, per via dell’espressività. Ma, definitivamente, lei era una vera femme fatale. La faccia da pomp. andava a braccetto con il suo nome (Roya Megnot…) e stimolava una miscela di ormone che in me, quindicenne stordito, aveva un effetto devastante. Amavo Roya. Amavo Ava. La amavo alla follia. Era furba e sadica. E parecchio malandrina (know what i mean?).

Io e la mia band di allora, i Succhi Di Pera, le avevamo persino tributato una canzone (il quale incipit era “Toc toc.”, “Chi è?”, “Ava.”, “Avanti…”), canzone che ricordo distintamente nella tracklist prima de “Il bambino plasticeo”.

Il mio mondo di allora sembrava proiettato verso un futuro da groupie verso la splendida Roya, quando un giorno, un fottuto, dannato giorno, i produttori la misero da parte, licenziandola… e non con il buon gusto di farla morire, emigrare, cambiare sesso, andare nello spazio (in una soap sudamericana gli espedienti certo non mancano…) no, semplicemente dando il suo posto ad un’altra, una sciacquetta che non aveva un decimo della sua classe. Il giorno prima tutti nella soap parlavano con Roya, il giorno dopo parlavano con Miss Sciacquetta, la nuova Ava, senza battere ciglio.

La cosa era perfino surreale.

Continuai a guardare QsA per un po’, sperando in una clamorosa rentree, ma niente… tutto iniziò a decadere, Miss Sciacquetta non mi muoveva più neanche un fremito. I Succhi Di Pera iniziarono a non suonare più “Ava”, se non in qualche jam session, un po’ per rispetto, un po’ per il dolore.

 

E Roya Megnot? Oggigiorno fluttua nell’oblio, anche google fatica parecchio a trovare una sua foto… l’unica è questa, riguardo ad una comparsata in Quantum Leap… non è molto, ma basta a spalancare il flusso dei ricordi.

E le sue ampie fauci.

Roya Megnot


 

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solaris

Domenica, grazie all’ora solare, ho dormito un’ora in più.

Poi ho sistemato tutti gli orologi della casa e ho perso un’ora e mezza.

 

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