Archivio per Settembre, 2004

il re è morto. Viva il re.

L’uomo ragno, famoso, lo è sempre stato.

E’ sempre stato un idolo, nella sua calzamaglia rossoblu, nella sua dabbenaggine, nel suo cartone animato, un po’ abbozzato, alla cazzo di cane, ma con un calore che algide girandole di CG come Nemo e cloni si sognano.

E’ sempre stato un compagno, uno di noi, potremmo dire, uno che ha resistito alle pessime trasposizioni cinematografiche degli anni ‘70, che ricordo in cinema vuoti e caldi, con mio padre smaronato a guardare l’orologio, mentre sullo schermo scorreva un coglione vestito di rosso che lanciava ragnatele di plastica.

E’ sempre stato uno giusto, da appiccare sulla cartella alle scuole medie, da chiedere in dono a Natale, da imitare a carnevale, emettendo psss e immaginando bava filante uscire dalle mani contratte.

E’ sempre stato. Ora non lo è più.

L’uomo ragno, ha resistito, come un eroe, ma è arrivato anche per lui il momento di deporre scettro e corona e scendere i tre scalini che separano il re dal ciambellano. E lui li ha scesi, lentamente, con dignità. Non è un piantagrane, lo ha capito subito. C’è un tempo per e un tempo per.

E’ uscito, non senza rammarico, dalla scena, chinando il capo a chi ha preso il suo posto nel mio cuore, e nel cuore di molti.

 

Ricordo il giorno in cui lo vidi. Mi bastò un’occhiata per capire che sarebbero stati cazzi amari per il nostro arrampicamuri, ma fu quando lo guardai dritto negli occhi, il nuovo Re, che capii che molte cose sarebbero cambiate.

Era arrivato. A fari spenti. L’alfiere del Trash. Colui che tutto può, dall’alto della sua sfacciataggine. Era arrivato Spader-Man. (sic)

     

Mi conquistò, immediatamente. Gli giurai fedeltà.

Ora sono solo, come la groupie di una band defunta. Passo le mie giornate in casa, leggendo il giornale. Aspettando ogni giorno una notizia, un accenno sulla trasposizione cinematografica di Spader-Man.
In fondo, gliela devono.


 

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La Giovine Italia






Giovine Capitano Findus

Ho scoperchiato le tombe del passato, ho divelto i cardini del tempo, ho evocato gli spettri dimenticati.
Ed è stato più terrificante di quanto non pensassi.
Tutto in questa foto grida vendetta: dallo sguardo timidamente fiero, al papillon, dallo spezzato con trame scozzesi, alle mani, ghiacciate in una posa che non ha nulla di umano.

Un regalo, certamente gradito, a chi mi segue: la foto del Giovine Capitan Findus, comunicato e impettito, e a quanto sembra, con una scopa in c.

Nuovi orizzonti si aprono e un serio dibattito ne scaturisce: se mia madre mi avesse mandato alla Comunione vestito decentemente, mi sarei perso tutto questo… le ironiche riflessioni e i gaudenti lazzi, e cosa mi sarebbe rimasto?
Nulla.
Foto banali, con banali bambini.

Il trash, in ogni sua forma, volontario o meno, è sacro. E prima o poi viene riabilitato.
Basta solo aspettare.


 

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confetti

Uno degli episodi che ha segnato la mia infanzia: lo ricordo ancora con un misto di turbamento e ammirazione verso le oscure regole che sembrano governare questo universo.


È la mia Prima Comunione. Una bella festa, si suppone. Sono il festeggiato, ma sono solo come un cane. Sono stato spedito in chiesa con un orrido vestito blu, con bottoni dorati grandi come albicocche. Un Capitan Findus in miniatura, senza barba. Senza merdosi bastoncini.
Il sacramento si consuma, blando, secondo copione. La gente festeggia, io passo inosservato. La gente urla, io taccio. La gente ride. Io sono serio. La festa si sposta a casa mia, ma è come cambiare lo sfondo a un teatro: stesse persone, stessa insulsa allegria. Stessa solitudine. Mentre mamma, papà, fratelli, parenti e zie mangiano i salatini a buon mercato, io mi aggiro per la casa, non visto. I grandi parlano, ridono, raccontano. Io giro pigramente tra i tavoli, osservando le pettinature, le sbavature di rossetto, gli orologi. Chiacchiero con Ambrosio, il mio amico invisibile, ma oggi non è di molte parole. Mangio una patatina, mi siedo, mi alzo, scosto gentilmente la mano di qualcuno che vuole arruffarmi i capelli, credendosi in una sit-com.
Poi ad un certo punto, Dio in persona, forse, nel suo grande senso estetico, nel suo innato sarcasmo, decide di dare un senso alla giornata.
Sono seduto, in un angolo, come un pugile suonato, con un bicchiere di plastica pieno di aranciata ormai calda, e osservo il tavolo dei dolci. Quando ad un tratto vedo avvicinarsi uno Zio Lontano, uno di quei personaggi trash che incrociamo ogni tanto nella vita, il quale si mette ad osservare le varie prelibatezze.
La sua scelta cade sui confetti. Nulla di male penso, a parte che i confetti mi fanno cagare, ma posso concepire che a qualcuno possano anche piacere. Comunque è chiaro che il nostro è visibilmente attratto dai confetti, come un sinistro bambino di cinquant’anni, per il fatto che questi sono dorati. Già. Rotonde e zuccherine pepite d’oro, come nella più pacchiana tradizione pasticcera: sono i classici confetti ricoperti da uno strato di carta stagnola dorata. Visibilmente ricoperti aggiungerei, per via delle grinze che questa presenta sulla superficie. Comunque lui, incurante di tutto, ne prende un paio, per poi rimirarseli in mano, felice come un cercatore del Klondike e io, che intuisco l’epilogo, mi sistemo sulla sedia, come una faina, per non perdermi neanche una goccia del tragico teatrino.
Vedo il movimento al rallentatore: lo Zio, con soddisfazione, comincia a portare il bottino alla bocca. La sua mano sale, e io penso “dai, dai, dai, dai”, la mano sale ancora e io deglutisco, in fervida attesa. Lo Zio inghiotte, inizia a masticare e il sorriso ebete dalla sua faccia inizia a trasformarsi, lentamente, in puro terrore. Il ritmo dei suoi morsi rallenta e accortosi di aver fatto una grandissima cazzata, si guarda intorno per controllare se qualcuno lo ha notato, se può sperare ancora di raggranellare un po’ di stima in futuro. Sospira, ritiene di averla fatta franca e si porta la mano alla bocca, per estrarre il bolo, ormai macilento, di zucchero, mandorle e carta stagnola. Quando ad un tratto mi nota. E capisce che quel bambino, che conosce vagamente, ha visto tutto.
Io lo fisso, penetro il mio impassibile sguardo più in fondo che posso, come una spada fino all’elsa. Lui abbozza un sorriso, cercando assoluzione. Non ne avrà. Il suo volto è cereo, ogni traccia di umanità lo abbandona. Si porta la mano alla bocca. Ne estrae pezzi masticati e luccicanti.
Alzo il bicchiere alla sua salute, come ultima beffa.
E per la prima volta, quel giorno, sorrido.


 

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Try Hospital

“Alzi il braccio.”
Io lo alzo, ma lui non guarda. Rimango fermo, qualche minuto, mentre il braccio diventa bianco e inizia a farmi male. Il dottore sta scrivendo un sms.
“Scusi?”
“Alzi, alzi pure. Di più.”
Io alzo di più, ma comincio a sentire i legamenti ricostruiti di fresco che si tendono.
“Di più, di più.”, mentre continua a scrivere il messaggio, faccia a terra.
Alzo ancora.
“Di più”, mentre preme tre volte il tasto 8.
Stendo maggiormente, il dolore sale. Uno schiocco pone fine ai miei legamenti, per come li conosco. Il braccio piomba giù. Bianco e insensibile.
“Scusi?”, chiedo con timore.
“Bene, ancora un po’.”
“Guardi, il mio braccio..”
“Caz, questo maledetto T9…”, per un attimo mi guarda, cercando collaborazione, “non lo trova un casino anche lei?”
“Beh, io penso non potrò più scriverli i…”, ma il suo sguardo è di nuovo al display.
“Ora alzi il braccio.”
Il braccio senza vita inizia a diventare nero e gonfio.
“Veramente, penso che si sia rotto…”
“Ok, lo tenga bene in alto, così…”
Cerco di attirare la sua attenzione, disperato: “Dottore? Sa che sua moglie succhia le banane?”
“Ancora un po’, bene.”, accalcando dita sui tasti.
Mi siedo, tenendomi il braccio.
“Lo tenga alzato, così.”, 333-444-4-2
Inizio a orinare in un angolo.
“Perfetto.”
Poi mi calo i pantaloni,
“Bene.”
le mutande,
“Ancora.”
e depongo uno stronzo,
“Alzi un po’.”
sulla scrivania.


“Ecco fatto.”, alza la testa, “Ma lei chi cazzo è?”


 

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La vera storia di Sbactimel

1° giorno
Moglie: “Come sono stanca oggi…”
Marito, con occhi vitrei ed inespressivi, un automa vittoriano: “Vedi, cara, questa sei tu e questi sono i tuoi impegni…” – mostra fogli scarabocchiati – “hai bisogno di un Actimel…”.
La moglie prende la boccetta e ingoia senza pensare.


2° giorno
Moglie: “Oggi va un po’ meglio, ma sono ancora molto stanca…”
Marito, con occhi rossi e filo di bava sul mento: “Vedi, cara, questa sei tu e questi sono i tuoi impegni…” – mostra fogli bianchi, la moglie indietreggia spaventata – “hai bisogno di un Actimel…”.
La moglie prende la boccetta ricolma, esce dalla stanza e beve tutto.


3° giorno
Moglie: “Oggi va decisamente meglio, penso che…”
Marito, occhi sbarrati, stato confusionale: “Vedi, cara, questa sei tu e questi sono i tuoi impegni…” – gesticola, ha le mani vuote – “hai bisogno di un Actimel…”.
La moglie prende la boccetta, scappa in bagno e beve.


4° giorno
Moglie: “Caro, penso che…”
Marito, nudo, evidenti tagli autoinflitti sul petto e pube: “Vedi, cara, questa sei tu e questi sono i tuoi impegni…” – si percuote vistosamente – “hai bisogno di un Actimel…”.
La moglie prende la boccetta, osserva i filamenti biancastri…
Moglie: “Ma che…”
Marito: “C’è la vita dentro. La mia.”


Sipario.


 

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