Archivio per Agosto, 2004

soul kitchen

Ieri sono andato alla coop. Classica cadenza, rito post moderno. Una lista della spesa, un solo obiettivo. Prendere tutto, il più rapidamente possibile, tendendo al risparmio.

Avanzo. Slalomeggiando tra carrelli, bambini, anziani, verdure. Abile come un olimpionico (come direbbe il dotto Roma), prendo e metto, prendo e metto. Ogni fottuto item su quella lista si materializza nelle mie mani e finisce nel casco. Mozzarella, banana, dentifricio, tutto si fonde come brodo primordiale in un caldo turibolo. La cassiera sorride, io pure. In fondo è una bella giornata. Non c’è motivo per dispiacersi. Solo più tardi avrei capito il suo ghigno.

Solo più tardi. Tuttavia, come una ragazzetta al picnic di Hanging Rock, non mi sarei cacciato in questo brutto guaio se avessi saputo. Comunque, ignaro, inforco il motorino e mi dirigo a casa.

Entro in cucina, sistemo le cose: banana, qui, dentifricio, boh, lo appoggio qui, mozzarella…

 

Mozzarella.

Credetemi. Ancora adesso che scrivo, non riesco a capacitami della cosa, tanto meno riesco a interpretare l’accaduto in termini di segno premonitore. Allo stato attuale ciò che è accaduto è pari alla scoperta di un cerchio nel grano tra i miei peli pubici.

 

La mozzarella, semplicemente, non esisteva.

 

La confezione, perfettamente integra, conteneva solo acqua.

Mi sono seduto a riflettere, scosso. Avevo acquistato una non mozzarella. Una mozzarella negativa. Una mozzarella-1. Superficialmente si sarebbe potuto pensare al più classico dei ganci, ma io ci vedevo ben altro.

Quel sacchetto non conteneva solo acqua: conteneva un’idea di mozzarella. Se avessi dato il sacchetto a chiunque su questo pianeta, non avrebbe pensato “un semplice sacchetto pieno d’acqua”, ma piuttosto “ehi, ti hanno fregato, qui manca la mozzarella”.

Quindi lei era presente, anche se non fisicamente. Questa fottuta mozzarella, pur essendo stata persa durante la lavorazione di questo sacchetto, pur essendosi spiaccicata su qualche ingranaggio, era comunque riuscita ad infilarci il suo spettro, la sua presenza metafisica, il suo karma, la sua anima.

Avevo acquistato, per 1 euro, l’anima di una mozzarella.

Ero eccitato e al tempo stesso spaventato. Cosa significava tutto ciò? Perché proprio me?

Cosa ne avrei fatto? Sarei dovuto andare in giro per il mondo a cercare gli altri prescelti? Oppure mettersi sulle tracce della mozzarella, per quietare il suo spirito infelice?

 

“La mozzarella che ho comprato è vuota.”

“Valla a cambiare, no?”

 

Forse è meglio.

 

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telecom litània

fottuto trasloco. trans luogo. trans fugo. da una settimana mi prende la gola, stringe, soffoca, come la polvere che esce dalle scatole, balla nell’aria, si posa sulle scatole, si posa sulle palpebre. che cadono come morte. la notte è nemica. suoni nuovi, rumori nuovi, colori nuovi, odori nuovi. la casa nuova è un mostro proteiforme da abbracciare, domare, piegare. mi sta studiando. mille occhi mi scrutano, mi muovo, le pareti sudano, la polvere balla, mi volto, non c’è nessuno.

traslocare è cambiare amore. ogni piccolo gesto è da ricostruire. nuove forme da inventare, nuovi segni da rendere vecchi segni. ti muovi goffo, tra pareti bianche che saranno presto nere.

traslocare è una fottuta pratica sadomasochistica. provi piacere ma la tua casa è una merda, tutto è sparso ovunque. sembra sia esplosa una bomba all’ikea. sposti con il piede una scarpa. non troverai mai più l’altra. forse alla vigilia del prossimo trasloco. hai il magone.

ti siedi per terra sconsolato, si alza un fiotto di polvere. ti senti come il naufrago nella sua cazzo di isola. hai bisogno di un cazzo di feticcio, un cazzo di pallone wilson che ti tenga aggrappato alla vita. hai bisogno di internet. ma prima hai bisogno di un telefono. e prima ancora di una linea telefonica. beneficio occidentale che lo spirito - ancora sospettoso - della casa ha reso un moderno godot.

alzi il cellulare. non c’è rete. la casa è piombo.

il sole tramonta. ti attende un’altra notte.

le creature escono dalle tane, aprendo varchi tra scatole, polvere e vecchi quadri.

chiudo gli occhi, Bela Lugosi mi ammonisce:

beware! beware of the big green dragon that sits on your doorstep. he eats little boys… puppy dog tails, and big fat snails… beware… take care… beware!

 

apro gli occhi nel buio. e sorrido.

 

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Pizza Hell

Cercavo una pizzeria d’asporto. Ho trovato qualcosa di più: la porta dell’Inferno.

Entro cauto, le prime quattro le ho trovate chiuse. Rimane questa, sconosciuta, sinistra e calda. Dietro il bancone due indiani, un senegalese e un ragazzetto. Davanti al bancone una Famiglia.

Sul bancone alcune pizze, sudate come partorienti.

Il caldo è nauseante, l’odore pure. La gente discute animatamente, mi metto in un angolo. Il ragazzetto è il capo degli extracomunitari: è saccente e saggio. Sembra che abbia 50 anni, forse ha la malattia di Arnold.

Gli indiani hanno sbagliato. Glielo si legge in faccia. Stanno per piangere. Hanno sbagliato a fare una pizza. La Famiglia è arrabbiata. Non capisco. Attendo il mio turno. Hanno sbagliato. È caldo. Il senegalese porta delle patatine fritte. Sembrano morte da tempo. Gli indiani sono dispiaciuti, si vede. Il ragazzetto di 50 anni ha in mano una pizza. La Famiglia si oppone, non la vuole. È caldo. Il senegalese torna in cucina con i suoi cadaveri gialli. La nonna della Famiglia è arrabbiata. I bambini della Famiglia ripetono come un mantra “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”, “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. È caldo. L’indiano cerca di scusarsi in qualche modo. Il ragazzetto di 50 anni è diviso tra la voglia di spaccare la faccia all’indiano o spaccare la faccia ai bambini della Famiglia che continuano senza sosta: “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. La vecchia alza la voce. È caldo. L’indiano abbozza qualche parola, nessuno sente. A nessuno interessa. Si sente solo “era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. Il ragazzetto di 50 anni continua ad agitare la pizza. Gli cadrà.

Io sto impazzendo. Il caldo è insopportabile. Il ragazzetto di 50 anni vuole compiacere la Famiglia nella speranza che accettino una salsiccia al posto di una napoli. Ma questo non è un film di Frank Capra, non accade nessun miracolo. La Famiglia non cede. Vuole la sua napoli. “Era una napoli, ci ha messo la salsiccia”. Viene loro offerta la dignità dell’indiano come merce di scambio. Il ragazzetto di 50 anni inizia a canzonarlo. Lui ha il magone. La Famiglia lo punzecchia. Pesantemente. Ridono. Il ragazzetto di 50 anni ride. Vorrei spedirli a Nuova Deli a cucinare Budhuk Korma. E scudiscio sulle natiche al minimo errore. Il mantra intanto cala di intensità. La Famiglia esce. L’indiano guarda per terra, acquistato dei neo colonialisti per un pugno di salsiccia. Il ragazzetto di 50 anni mi chiede che pizza voglio.

Una margherita.

 

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- nessun titolo -

London calling, again.

 

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watch more tv

Guardo poco la televisione, e per questo cerco almeno di vedere i programmi peggiori.

Ieri mi sono soffermato su una sitcom con Iacchetti e la Estrada. Il noto cocainomane e la cognata del politico si muovevano in questo set di cartone, raffigurante una casa di cartone, recitando il copione come ad una veglia funebre. Le pessime battute (“ho una fame come all’isola dei famosi”) uscivano tristi dalle loro bocche (entrambe bianche, di coca lui, lei…) facevano 20 centimetri e si schiantavano sul pavimento di cartone. Gli operai le avrebbero in seguito calpestate.

In tutto questo, alcuni ragazzini coperti di trucco facevano da contorno. Miseri. Inespressivi. Già vecchi. Il tutto mi ha messo una profonda tristezza. Forse, ho pensato, è il capolinea della nostra società.

 

Poi ho preso in mano un cd autoprodotto che mi ha dato mio fratello, ho guardato la traccia 9 e ho letto il titolo: Anone Vitasnella.

Sorrido. Dio, in fondo, è ancora vivo.

 

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